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Un bullone dallo spazio

Letto723volte

“Non ce la farà a passare il Kansas” disse mio padre in piedi di fronte al televisore, il giorno della partenza. “E se ce la farà non sarà di certo per via aerea”, aggiunse. E invece il Columbia era partito. Era il 16 gennaio.
Sembrava un enorme proiettile scintillante mentre lasciava la Terra, seguito solo da una colonna di fumo e fuoco.
“Guarda papà, hai visto i tre motori e i due razzi a propellente solido?”, mio padre mi aveva lanciato un’occhiata, come se fossi matto.
Un bambino di undici anni che sa queste informazioni, non è una cosa normale. Sta a vedere che questo davvero mi va sulla Luna, doveva aver pensato.
“Sono quelli bianchi, alti, ai due lati del serbatoio esterno arancione, vedi? Poi si staccano dallo Shuttle quando è lontano dalla Terra e cadono nell’Oceano”.
Mi sarebbe piaciuto trovare un pezzo di quei razzi in spiaggia, anziché le solite cassette della frutta portate da chissà dove.

Una partenza perfetta, avevano detto i giornalisti. Lo Shuttle Columbia era un capolavoro di tecnologia, l’equipaggio preparatissimo, le condizioni meteorologiche ideali, continuava a ripetere quel tizio in tv con i capelli da omino Lego. Eppure.
“Anche io voglio diventare astronauta”, proclamai. Non mi interessava il calcio, no. Avevo undici anni e sognavo le stelle, nonostante tutti i santissimi giorni mio fratello mi costringesse a guardare con lui le azioni sul campo del nipponico duo.
“Holly e Benji, due sportivi, due ragazzi per il calcio sono pazzi, son portiere e attaccante Holly e Benji due speranze”, cantavamo io e Gianluca, in giardino. Ogni partita durava una settimana. Introspezioni psicologiche, flashback e flussi interiori. Forse è per questo che non sono mai diventato un tifoso. Novanta minuti di gioco sono troppo pochi per me. Lallalaralalallàlaralallalaralallàààà, la sigla ci seguiva fino alla fine del pomeriggio.
Le stelle invece, le stelle sono un’altra cosa. In quei sedici giorni, dal 16 gennaio al 1° febbraio 2003 il garage era diventato il mio paradiso. Con l’aiuto di mio padre avevo costruito una scatola di legno grande abbastanza per contenere due persone. Era diventata la mia navicella spaziale. Sui lati avevo scritto COLUMBIA in maiuscolo, con un pennarello blu. Ci rimanevo dentro per dei pomeriggi interi, finché non arrivava mia madre ad aprire la porta del garage.
“Torre di controllo chiama Major Tom. Torna sulla terra”, mi diceva rimanendo in piedi sull’ingresso. “E’ pronta la cena, basta con le stelle per oggi”.

“Papà, è domani che atterra il Columbia?”
“Sì, me l’hai già chiesto cento volte. Adesso però dormi”.
Ero impaziente. Mi ero alzato prestissimo quel 1° Febbraio e per tutta la mattina in classe non avevo pensato ad altro.
Era sabato, papà mi era venuto a prendere a scuola. Aveva cucinato lui, mangiammo un piatto di pasta scotta mentre andava in onda il telegiornale. La televisione trasmetteva le immagini dell’atterraggio.
Lo Shuttle Columbia era argentato e luccicante nel cielo azzurro del Texas. Aveva attraversato l’atmosfera come un missile. Poi era successo qualcosa. Una piccola palla infuocata si era staccata dal corpo della navicella. Avevo pensato che fosse una cosa normale, forse era carburante o combustibile, un razzo o chissà cos’altro. A quella però ne erano seguite altre. Erano pezzi grossi che, nella caduta, si disintegravano in pezzi sempre più piccoli.
Alle tre non c’era più nulla. Era andato completamente distrutto.
Era la prima notizia del telegiornale: “Lo Shuttle Columbia esplode sopra il cielo del Texas, a pochi minuti dall’atterraggio a Cape Canaveral. Muoiono i sette astronauti a bordo”.
Rick Husband, il Comandante, William McCool, Michael Anderson, Ilan Ramon, Kalpana Chawla, David Brown e Laurel Clark. Avevo ritagliato le loro foto da un quotidiano e le avevo incollate su un quaderno a quadretti. Conoscevo i loro nomi a memoria.
“È stato perso il Columbia; non ci sono sopravvissuti”, aveva dichiarato il presidente Bush. Aveva una faccia che prometteva lacrime.
Lo Shuttle Columbia si era disintegrato nel cielo grande del Texas.
“Roger, uh, bu…”, poi più niente. Silenzio. Solo una piccola pioggia di luminosissimi meteoriti. Erano state queste le ultime parole. Una frase iniziata e mai finita.
Le previsioni meteo promettevano bel tempo quel 1° febbraio. “Cielo terso sul Kansas”, diceva il giornalista. Le tempeste erano lontane, più che mai quelle elettriche. Quindi cosa era successo?
A quei tempi si parlò di una falla nell’ala, riparata malamente, che si era aperta in fase di atterraggio.
Chissà se Rick Husband e gli altri sono riusciti ad accorgersene, che la navicella si stava distruggendo.

Meno mille millesimi di secondo. Il Capitano e gli altri si saranno preparati all’atterraggio. Avranno pensato che da lì a pochi minuti avrebbero rivisto moglie e figli. Si saranno accese delle spie. Avranno fatto in tempo a rendersi conto di qualcosa che non andava? Chissà se avranno provato a fare qualcosa. Quali saranno stati i loro ultimi pensieri? E quali sarebbero stati i miei, se fossi stato lì? Forse mi sarei ricordato di quel pomeriggio nel parco, a dare da mangiare ai cigni. Quando avevo rubato un uovo di anatra e mi ero sentito in colpa. Di sicuro il comandante Husband non aveva mai rubato un uovo di anatra. Chissà se aveva mai immaginato che quella navicella, il Columbia, “un capolavoro di tecnologia” come l’aveva definito il tizio in tv con i capelli ridicoli, sarebbe diventata la causa della sua morte. Filmata, e vista da milioni di persone.
Meno novecentonovantotto millesimi di secondo. Chissà se anche lui aveva sempre desiderato fare l’astronauta. O se chi diventa astronauta poi, ha sogni diversi da bambino. Magari avrebbe preferito diventare gelataio.
Meno centodue millesimi di secondo. Ok, è finita, avrà pensato, insieme al resto dell’equipaggio. Anche volendo, non avrebbe nemmeno avuto il tempo di mandare un messaggio. Mia mamma ci sarebbe rimasta malissimo se non le avessi fatto almeno una telefonata per dirle qualcosa.
Meno cinquanta millesimi di secondo. Il tempo è finito, è agli sgoccioli. Appena pochi attimi nella pellicola della vita. Chissà se gli ultimi fotogrammi del film sono fatti di memorie antiche oppure no.
Meno otto millesimi di secondo. Il capitano Husband avrà ripensato al suo sogno di bambino. Forse sarebbe stato meglio se fossi diventato gelataio, si sarà ripetuto tra sé e sé.
Meno cinque, meno quattro, meno tre. Buuuum. Il modulo in cui si trovava l’equipaggio fu l’ultimo a distruggersi, il tizio in tv sembrava dovesse scoppiare a piangere mentre dava l’annuncio. Erano da poco passate le tre di pomeriggio. Era il 1° Febbraio. Ci fu una pioggia di piccoli detriti in Texas, quel giorno.
“Maledetti russi”, aveva detto papà mentre spegneva la televisione. Poi aggiunse altre cose, sempre su questi russi che si credono i padroni dello spazio dopo aver messo in orbita quel loro scudo di satelliti.
Infine si era alzato ed era andato di là. Io ero rimasto seduto. Immobile. Sarò stato venti minuti a guardarmi nel piatto. C’erano dei maccheroni con i piselli. Scotti.
Alla fine ero corso fuori, verso il garage. Lì mi aspettava la mia navicella di legno. Ricordo che presi il martello e lo sbattei violentemente sul lato, dove c’era il nome scritto a pennarello. La colpii ancora e ancora. In pochi minuti era distrutta, come il Columbia. Poi avevo preso la bicicletta ed ero andato al parco. Rimasi steso sotto un albero a guardare il cielo, dopo un po’ mi aveva raggiunto Gianluca.
“Holly si allena tirando i rigori. Benji si allena parando i rigori”, era sceso dalla bici e mi era venuto vicino, “facciamo una partita?”
“Non ho voglia adesso, lasciami stare”. Mi aveva guardato per un attimo senza nemmeno sbuffare, e poi se n’era andato. Aveva capito anche lui che non era aria. O forse stava per iniziare una nuova puntata del nipponico duo.

Allora non potevo saperlo, ma quello che successe quel giorno influenzò profondamente il mio futuro. Rimasi almeno un’ora sotto al susino ad osservare il cielo tra i rami nudi. Per un po’ avevo cercato di dare una forma alle nuvole. Un elefante, un cane, una giraffa, un’automobile, una navicella spaziale. Sentivo un nodo in gola, conoscevo bene quella sensazione. Sperai che non fossero mai partiti. Avevano toccato le stelle ma non erano più riusciti a tornare. Husband, McCool e gli altri avevano realizzato il loro sogno, ma non avevano potuto raccontarlo a nessuno. Sarebbe stato meglio se fossero rimasti. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Provai a chiuderli per fermare l’inevitabile. In quel momento qualcosa mi colpì. Con violenza, in fronte. Aprii gli occhi e mi rimisi a sedere. Guardai intorno per capire cosa fosse stato. Poi lo vidi, lì a terra, luccicante, a meno di un metro da me. Era un bullone. Lo raccolsi e lo guardai. Era proprio un bullone. Alzai gli occhi verso il cielo. Da dove arrivava? Dallo spazio, forse? Doveva essere per forza un bullone spaziale.
Era uno di quegli eventi per cui vanno pazzi i bambini, prima che da adulti sacrifichino un’ingente dose di immaginazione a favore di una realtà spesso molto più banale. Lo misi in tasca.
Ancora oggi lo tengo sempre con me. Adesso ho venticinque anni e non ho paura di partire. La prima volta che me ne andai dall’Italia ne avevo venti. Partecipai ad un Erasmus in Spagna, ci rimasi un anno. La seconda volta ero più incattivito. Avevo una laurea in ingegneria in tasca, e la crisi mordeva. Non posso più stare qui, dissi a mio padre, non so come fanno gli altri, ma io non ci sto a farmi insultare ogni giorno da questi che fanno i padroni ma sanno fare un millesimo di quello che so fare io e vogliono pagarmi novecentocinquanta euro al mese. Quella volta restai un anno in Inghilterra. Adesso sono tornato, ma non so ancora per quanto. Non ho mai smesso di sognare, anche se non sono andato sulla Luna, come temeva mio padre. Ancora non so da dove arrivò quel bullone. Ma so che se adesso parto con la mente, poi le vado dietro con tutto il corpo.

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