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Roma.

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Roma eserciterà sempre il suo fascino su di me. Come quegli amori che ancora, dopo tanto tempo, rievocano una felicità antica. Come una storia che non si vuole dimenticare perché se succederà, sarà come lasciare andare via qualcosa di sé.
Ho trascorso due giorni senza sonno e una calda notte d’estate, dove mi sono lasciata sedurre dalla sua atmosfera. Di giorno chiassosa e assolata, di notte silenziosa. Di una bellezza lirica. Come una vecchia principessa che non vuole rassegnarsi al passare degli anni, e indossa tutti i gioielli che possiede.
Da mezzanotte all’alba ho passeggiato ininterrottamente tra i suoi vicoli. Con i venditori di frutta che espongono pesche, manghi e uva talmente lucida da sembrare finta, e qualche sonnambulo.
Ho sospirato insieme agli innamorati, bevendo birra di fronte al panorama dal Gianicolo. Ho mangiato un panino con la porchetta a Trastevere, alle tre. Ho attraversato piazze, bevuto acqua fresca dalle fontane.
Al chiaro di luna, si ha l’impressione di scorgere passaggi segreti ovunque. Di quelli che si aprono dietro a stanze con soffitti affrescati e portano a terrazze pensili affacciate su San Pietro.
Roma è un ristorante all’ora di chiusura. Con l’ultimo cliente che si è alzato, e il cameriere che fuma sulla soglia prima di mettere in ordine. E’ uno spazzino che, fischiettando raccoglie i rifiuti, alle cinque del mattino. E’ la sfida a pallone tra i camerieri di due ristoranti vicini, in un vicolo.
Qui la grande bellezza è ovunque, nel bianco del marmo travertino e nei rampicanti fuori dai vecchi portoni scrostati. E soprattutto, nelle risate di una coppia di sposi, su Ponte Sant’Angelo, alle due e mezza di notte.

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