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Perché ci hai messo tanto?

Letto927volte

Ci sono strade che percorri per anni, senza prestare attenzione ad un dettaglio che sia uno. Giorgio quel giorno lì di inizio gennaio, camminava con le mani in tasca, lungo i muri sbrecciati dei palazzi. Seguiva il vento. Non era in ritardo e non doveva andare in nessun posto. Era uscito per comprare un libro, una mozzarella e una Moretti da 66. Non sapeva che di lì a poco la sua vita sarebbe cambiata.
Da una finestra aperta, in un appartamento in cima al civico 8 di via D’Annunzio, uscivano la note di una canzone di Lucio Dalla. Futura.
“Come sei bella e se è una femmina si chiamerà Futura”. Gli era sempre piaciuta.
Se avesse avuto con sé il telefono si sarebbe segnato il titolo nel blocco note, per ricordarsi di ascoltarla più tardi. E di chiamare sua figlia Futura. Se avesse avuto il telefono. Ma non l’aveva. Probabilmente stava suonando da ore, appoggiato sul tavolo della cucina.
Il suo editore aspettava le prime cinquanta pagine del manoscritto entro la fine del mese. L’ultimo libro aveva venduto bene. Aveva ricevuto anche una nomination al Premio Mondello.
Ma anziché essere felice, Giorgio era di cattivo umore. Tutti adesso si aspettavano un capolavoro in grado di subissare quel piccolo successo. Ma mancavano tre settimane e tutto quello che aveva erano dieci righe su un foglio in .doc e nemmeno un’idea. Troppo poco anche solo per mentire e dire che avrebbe rispettato la consegna. Iniziava a pensare che il suo fosse stato semplicemente un colpo di fortuna. O che il talento, se di talento si poteva parlare, semplicemente fosse destinato ad esaurirsi. E il suo era evaporato come l’ultima goccia di vino in un bicchiere.
Poi qualcosa aveva interrotto la sua digressione. Non avrebbe mai dimenticato quel suo avanzare verso di lui, l’andatura sicura. Aveva incrociato i suoi occhi. Sufficientemente a lungo per notarla ma non abbastanza per desiderarla, ancora.
Aveva una lunga treccia che gli cadeva sulla spalla. Morbida, come il suo sguardo. Con dei piccoli ciuffi di capelli che le uscivano dai lati. Una di quelle donne che passano inosservate, se non fosse per quel cappotto rosso. Sfacciato e candido, insieme.
“Non fermarti voglio ancora baciarti, chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro, qui tutto il mondo sembra fatto di vetro e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio”.
All’improvviso non c’era più niente. Tutto era sparito. Non c’erano più i palazzi del centro, né gli universitari in ritardo. Non c’erano le donne in bicicletta che andavano a fare la spesa. C’erano solo quegli occhi grandi. Vivi. Quelle ciglia separate l’una dall’altra. C’era solo lei, che gli passava di fianco e camminava via da lui. Giorgio si fermò per un attimo e si voltò a guardarla. Se ne andava a passi svelti dalla sua vita. Pensò che non fosse giusto, visto che ci era appena entrata. Ma non fece niente per fermarla. Era un puntino rosso che usciva dal suo campo visivo. Sempre più lontano, finché non girò l’angolo e sparì per sempre. Non l’aveva seguita, era rimasto lì ad aspettare che fosse finalmente troppo tardi. Era stata come una nuvola che copre il sole e poi se ne va veloce. Sai che è passata ma non sai dove se n’è andata.
Il pomeriggio era ormai finito, e sulla strada di casa si accorse di aver trascorso le ultime ore in compagnia di quello sguardo. Si era insinuato nel suo cervello come un coltello caldo nel burro. Avrebbe dovuto seguirla, continuava a ripetersi.

Entrò in casa. Il telefono continuava a suonare da chissà quando. Giorgio si avvicinò e lo spense. Sospirò.
“Almeno se non ti avessi incontrato. Io che sto morendo e tu che mangi un gelato”. Gli venne in mente quella canzone così, come niente. Lucio Dalla continuava ad essere la colonna sonora della sua storia d’amore mancata.
Andò al computer. La casella di posta era piena di email da leggere. Casa editrice, casa editrice, scrittore che lo invitava alla presentazione dell’ultimo capolavoro, newsletter di spettacoli teatrali, casa editrice, Viola, casa editrice. Un attimo…Viola?
Giorgio passò in rassegna tutte le Viola che aveva conosciuto nella sua vita, per individuare quale avrebbe potuto scrivergli un’email. Non avendo conosciuto nessuna con quel nome, fu un’attività che si esaurì in fretta.
Cliccò sulla busta e aprì il messaggio.

Martedì 7 gennaio 2014, ore 18.33.
Non mi era mai capitato di contattare qualcuno che nemmeno conosco dopo aver incrociato il suo sguardo per strada.
Ci siamo visti oggi pomeriggio, in via D’Annunzio. Sono la ragazza con il cappotto rosso.
Ti ho riconosciuto subito. Ho letto il tuo ultimo libro e l’ho trovato bellissimo.
Viola

Giorgio rilesse quelle poche righe almeno tre volte, per essere sicuro che fossero vere e non frutto della sua immaginazione. Pensò che le frasi più belle sono quelle che contengono “non mi era mai capitato di”.

Martedì 7 gennaio 2014, ore 19.52
Gentile Viola, ti ringrazio per i complimenti. Mi ricordo bene di te. Cappotto rosso e lunga treccia. Anche io ti ho riconosciuta subito. Forse ti stavo aspettando da un po’.
Giorgio

Cliccò sul tasto invio. Non rilesse quello che aveva scritto. Non voleva correre il rischio di ripensarci e mancare di audacia.
E se l’avesse spaventata? Probabilmente aveva esagerato. Egoisticamente, non gli importava.
Si adagiò contro lo schienale della poltrona. Viola. Sorrise, non poteva che avere il nome di un fiore.

Per tutto il giorno successivo aveva pensato a lei. E aveva continuato a guardare la posta sperando di ricevere una sua email. E finalmente arrivò.

Mercoledì 8 gennaio 2014, ore 17.08
Volevo rassicurarti che non sono una stalker. Ho chiesto l’email alla tua casa editrice. Non pensavo fosse così facile. Non volevo disturbarti, immagino tu sia molto impegnato con il tuo libro.
Mi ha fatto piacere conoscerti, anche solo in forma epistolare.
Mi accorgo di averti dato del tu. Lo ritieni sconveniente?
Viola

Giovedì 9 gennaio 2014, ore 8.15
Ciao Viola, hai fatto benissimo a darmi del tu. La vita di uno scrittore è molto meno interessante e impegnata di quello che pensi. Soprattutto quando non si sa da dove partire per trovare l’ispirazione. Sono sempre in ritardo cronico e ad un passo da una crisi d’ansia.
Le uniche cose che riesco a scrivere in questo periodo sono email.
Giorgio

Giovedì 9 gennaio 2014, ore 12.28
Ciao Giorgio, io ti immagino come una creatura notturna che misura a grandi passi il perimetro del salotto, a caccia della parola giusta. Sbaglio?
Ah, forse l’ispirazione non dovresti cercarla. Semplicemente arriverà. Come tutto, nella vita.
Avrei dovuto fermarmi l’altro giorno, quando ti ho visto. Ma non volevo pensassi a me come ad un’impicciona.
Viola

Iniziò così una corrispondenza assidua e costante. Lettere su lettere. Se la immaginava ovunque. Con i capelli scompigliati e intirizzita dal freddo mentre si aggirava per le vie della città. Stretta in un maglione di lana e intenta a scrutare il cielo in una giornata che prometteva pioggia. Tutto quello che aveva di lei era un’immagine. Uno sguardo fugace e persistente nella memoria. Viola l’aveva marchiato a fuoco.
Ma quel vivace interesse verso una donna non fu la sola cosa che Giorgio ritrovò. Riprese a scrivere, per la sua gioia e quella dell’editore.

Giovedì 30 gennaio 2014, ore 14.02
Viola, io penso che avrei dovuto invitarti a cena il giorno stesso in cui ti ho vista. Offrirti del vino rosso, come il cappotto che indossavi, e presentarmi come si conviene. Evitare di ricorrere alle email, come se fossimo lontani chilometri e chilometri.

Giovedì 31 gennaio 2014, ore 23.54
Ciao, rompo il consolidato rituale domanda-risposta per dirti che ho iniziato il mio libro. Parla di due persone che si incontrano per caso, un po’ come è successo a noi. Mi sembra buono. Sarà una storia romantica. Credo che dovrò scornarmi con il mio editore e con tutti quelli che vorranno farlo diventare qualcosa di diverso. Dobbiamo festeggiare. Cosa ne dici di quella cena e di quel bicchiere di vino rosso?

Venerdì 1 febbraio 2014, ore 9.44
Sì.

L’appuntamento era di fronte al civico 8 di via D’Annunzio, dove tutto era iniziato.
Se ci doveva essere una continuazione dovevano riprendere dal punto esatto in cui i loro sguardi si erano incrociati. Giorgio era in anticipo. Si sedette su uno dei gradini di fronte all’ingresso del vecchio palazzo. Viola era in ritardo. La vide arrivare da lontano. Merito del cappotto.
Via via che si avvicinava era un puntino rosso che diventava sempre più grande, finché non aveva le sue sembianze. Sentì una lacrima formarsi in un angolo dell’occhio. Forse era il freddo, o forse no. C’era qualcosa di commovente in tutta quella storia. Aveva un presentimento e sperava di non sbagliarsi. Quella donna avrebbe lasciato il segno nella sua vita.
Quando gli fu di fronte, la lacrima gli scivolò giù lungo la guancia. Lei allungò una mano e l’asciugò, come se fosse la cosa più normale del mondo.
“E’ molto che aspetti?”, gli chiese.
“Perché ci hai messo tanto?”

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