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Pearl Jam a San Siro.

Letto785volte

Uno dei sogni (musicali) di una vita che si realizza. I Pearl Jam a San Siro.
Fin dalla partenza la giornata si preannuncia molto rock’n'roll. E non si smentisce fino alla fine. Tra passaggi, contrattempi e incontri fortunati riusciamo ad arrivare a destinazione, appena in tempo per il concerto.
Boato del pubblico, salgo le scale due a due. Mi affaccio a San Siro sulle note di “Release”, lenta e intensa come una marcia.
Trovarsi di fronte lo stadio pieno è una vertigine. Se poi c’è la voce da pelle d’oca di Eddie Vedder, l’emozione è così forte da non dimenticarla più.
Tutto inizia al tramonto, in queste serate da solstizio d’estate. Tre ore di esibizione, tra dichiarazioni d’amore, ricordi e discorsi bendetti da lunghi sorsi di vino rosso.
Certo, il ragazzo non si arrampicherà più sul palco, come faceva vent’anni fa, ma il carisma è lo stesso di sempre.

E se le vene tremano con “Release”, “Sirens” fa battere il cuore forte. Ma è “Black” che me lo spacca in due. Poi però ci pensa Eddie a rimettermelo insieme con una versione acustica di “Just Breathe”.
Sessantacinquemila persone che cantano insieme “Better Man” è qualcosa che non mi potrò dimenticare facilmente. E poi ancora, lampi di luce con “Even Flow”, “Daughter” e “Jeremy”.
Alle undici i rilfettori di San Siro illuminano a giorno, ma i fantastici 5 non ci pensano nemmeno a fermarsi. E infilano un assolo dietro l’altro. Si arriva alla fine con “Alive” e la cover di “Rockin’ in a Free World” di Neil Young. Il sipario si chiude, come sempre, con “Yellow Ledbetter”.
Il concerto è finito, andate in pace.

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