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La serra al sessantesimo piano.

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“Solo il fiore di quell’orchidea potrà salvarla”, poi gli aveva preso le mani e l’aveva scrutato come un miope senza occhiali. Si era avvicinato così tanto che Jean per un secondo aveva pensato che volesse baciarlo. Quel tizio aveva una bellezza seria e delicata. Quasi femminea. Non avrebbe potuto attribuirgli un’età. Diciotto, trenta? Forse venticinque anni.
Ad un tratto aveva alzato il mento, senza nemmeno un accenno di barba, e aveva detto: “Trovala”. Solo questo. Poi se n’era andato.
Facile dire “trovala”, ma dove?
La ricerca era stata forsennata. Aveva interrogato tutti i fiorai della città. Gli esperti in botanica, gli antropologi. Chiunque. Quel maledetto fiore sembrava introvabile. Estinto, diceva qualcuno. Ma non era possibile. Quella sottospecie di santone gli aveva detto che esisteva. Quindi da qualche parte, in qualche recondito angolo di questo stupido pianeta, c’era. E se c’era, l’avrebbe trovato.
Poi aveva visto quell’articolo e aveva quasi rischiato di affogarsi con il caffè. Proprio quando stava per perdere le speranze aveva letto l’intervista a Michel Baldinì, il maggiore esperto mondiale di orchidee. Lui avrebbe potuto aiutarlo.
Così gli aveva fatto un bonifico con tutto quello che gli rimaneva. L’orchidea che stava cercando, la Lacrima di Cristo, esisteva. La coltivava un pazzo visionario, un indiano, in cima ad un grattacielo di Manhattan. Una serra panoramica, al sessantesimo piano.
Jean avrebbe voluto chiedergli perché mai fare una serra in cima ad un grattacielo, ma si rese conto che era inutile cercare una risposta. Quella storia era talmente assurda che non poteva avere un epilogo diverso.
Maria, la sua fidanzata, che si becca questo strano virus. La malattia la trasforma in una specie di vegetale, inebetita giorno dopo giorno. I dottori che non sanno cosa fare. Poi quel santone che sembra sapere tutto di loro gli suggerisce di cercare l’orchidea. Michel Baldinì, il giardiniere indiano e questo viaggio. Assurdo. Totalmente assurdo. Assurdamente assurdo. Ma chissenefrega. L’unica cosa importante era il fiore, il resto poteva anche fottersi.

Adesso la distanza tra lui e quello che desiderava di più al mondo era una lunga linea brumosa. Come quella che divideva il cielo da un giardino. La stessa che gli impediva di vedere la cima di quel palazzo.
Quando gli aveva scritto, l’indiano era stato chiaro: non ti assicuro niente. Le orchidee cambiano da una generazione all’altra. La mia potrebbe non essere più la specie purissima che stai cercando.
Jean entrò nel grattacielo. Dopo aver sussurrato il nome dell’indiano il portiere gli indicò l’ascensore.

Settimo, ottavo. La distanza che lo univa all’orchidea si perdeva nel silenzio di quella scatola di alluminio lucidissimo e cristallo. Diciottesimo, diciannovesimo, ventesimo. Era una giornata calda, per essere novembre. Gli esseri umani continuavano a raccontarsi la vita solo nelle giornate di sole, pensò. Lui e Maria ne avevano avute, di giornate di sole. Ma ormai sembravano sbiadite nella memoria. Jean sperava solo che lei ritornasse normale. Trentaduesimo. Trentatreesimo, trentaquattresimo. Voleva sentirla ridere mentre le infilava il naso nei capelli, la domenica mattina. O intrecciare le dita alle sue, di fronte alla marea schiumosa di un qualunque cappuccino da bar, che con lei diventava speciale. Quarantasettesimo. Maria doveva guarire, a tutti i costi. Cinquantesimo. Potrebbe non essere più la Lacrima di Cristo, bensì…qualcos’altro, gli aveva detto il giardiniere. Non più un’orchidea nera con la goccia rossa. Magari un’orchidea viola. O color Borgogna, con una corolla gialla. Cinquantottesimo. Cinquantanovesimo. Sessantesimo, finalmente.
La porta si aprì. Jean uscì e si trovò in un luminoso corridoio con grandi vetrate. Da lì con lo sguardo poteva dominare la città.
“Mister Baptiste, da questa parte”, una voce femminile l’aveva chiamato alle spalle.
Jean si voltò. Era una ragazza mora, vestita di nero.
“Da questa parte, prego”, sorrise. Aveva una voce gentile. “La stavamo aspettando”.
Gli fece strada attraverso una porta a vetri. Jean la seguì e in quel momento notò, grazie ad una trasparenza dell’abito, che la donna aveva tatuato un fiore sulla schiena. Non era un esperto, ma doveva essere un’orchidea. Poteva giurarci.
“Immagino che Mister Akhil le abbia già spiegato”, lo guardò oltre la spalla, continuando a camminare. Aveva lasciato quella frase sospesa nell’aria, come una farfalla.
Jean esitò un attimo, senza dire niente. “Sa che da qui non si torna indietro, vero?”. Si accorse che faceva sibilare la s tra i denti.
Annuì. Sì, lo sapeva.
Quel fiore gli sarebbe costato caro. Quando l’indiano gli aveva detto cosa voleva in cambio, pensava stesse scherzando. L’anima. Aveva riso. Credeva che queste cose si raccontassero ai bambini per spaventarli.
“C’è anche un’altra cosa”, si fermarono di fronte ad una porta rossa. “Tutti i nostri ospiti devono sapere che le orchidee sono fiori molto particolari”, iniziò. “Quella che lei sta cercando potrebbe non esistere più nel mondo, con le caratteristiche che desidera”.
“Lo so”.
“Bene”, continuò senza smettere di sorridere. “Alla destinataria piacerà comunque. Come si dice nel vostro paese, è il pensiero che conta, no?”.
Jean rimase in silenzio. C’era qualcosa di strano in lei. Avrebbe potuto definirla una quasi totale assenza di umanità.
“Mister Akhil la sta già aspettando nella serra”, disse indicandogli la porta rossa con un ampio gesto della mano.
Jean la ringraziò e la guardò allontanarsi, fasciata nell’abito aderente. Una farfalla in un bozzolo.

Entrò e dovette strizzare gli occhi. La luce lì dentro era incredibilmente forte. Solo quando il suo sguardo riuscì ad abituarsi, lo vide. Carnagione scura, tunica gialla, di seta. Con un turbante in testa. Alto ed elegante. Non se lo immaginava così, il giardiniere.
“Piacere di conoscerla, Mister Baptiste” si inchinò, senza tendergli la mano. “Venga, è arrivato appena in tempo”.
Jean lo seguì. La sua orchidea era vicino alla finestra di vetro. Da lì entrava una luce bianchissima.
“Ci siamo quasi” gli disse sottovoce, con il suo vistoso accento indiano. “Manca un minuto circa all’apertura”.
Allora quella storia non era stata opera della sua fantasia, pensò. Il fiore esisteva. Ed esisteva anche quello strano tizio.
“La natura ha seguito il suo corso, come da abitudine”, sussurrò l’indiano.
Jean era nervoso. Eccola, pensò. Si stava aprendo.
Era lei. Nera con la lacrima rossa. Era quella giusta.
“La realtà non ha bisogno di essere realistica. O plausibile. Essa semplicemente accade, Mister Baptiste”. Sembrava che quell’uomo gli leggesse nel pensiero. “E’ la vita. Noi possiamo solo accettarla”.

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