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Francis Scott Fitzgerald.

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I suoi romanzi sono un’opera architettonica, perfetta, pulita, efficiente. Non ci sono sbavature e tutto è ridotto all’essenziale. Ogni elemento è in equilibrio. Ho amato Fitzgerald fin da subito, ma ho dovuto leggere di più, per capirlo meglio.
Le sue opere sono caratterizzate da una bellezza fragile e isterica. Come le donne di cui scrive, che assomigliano terribilmente alla moglie Zelda. Tutti i personaggi hanno alcuni tratti comuni: sono egoisti, borghesi e terribilmente soli.
E poi c’è l’America degli anni Venti, tra jazz, feste e trasgressioni. Leggendo alcune scene è inevitabile pensare ai quadri di un altro grande artista di quel periodo: Edward Hopper. La sua è una scrittura cinematografica, languida con descrizioni di paesaggi meravigliose. La mente vaga su strade polverose, passeggia nell’ombra in cerca di un po’ di fresco, beve gin con ghiaccio per cercare di alleviare il caldo torrido, osserva le lingue di mare e le luci in lontananza, del molo e delle ville con l’erba rasata, dove si balla e ci si ubriaca fino all’alba.
I dialoghi sono uno degli elementi che preferisco dei suoi libri, vivaci e calzanti.

Leggo dalla sua biografia che prima di diventare uno scrittore “pubblicato”, Fitzgerald ricevette ben centoventidue rifiuti dalle case editrici alle quali aveva inviato i propri manoscritti. Poi, anche quando riuscì a diventarlo, scrisse e riscrisse numerose volte i propri romanzi, prima di definirli compiuti. Questo spiega, almeno in parte, la bellezza di alcune pagine. Ogni capitolo, ogni frase, è frutto di un lavoro duro e doloroso, di erosione, di levigatura fino a far diventare tutto una fotografia nitida.
Fitzgerald non usa un linguaggio aulico o poetico, ma ogni parola è efficace, adatta. Leggendo si ha l’impressione che non potrebbe stare in nessun altro posto, se non lì. Mi piace perché è un perfezionista, i suoi libri sono densi, e si avverte un forte rispetto per la parola.
E’ troppo facile, a volte, usare paroloni per sentirsi uno scrittore. Fitzgerald non scrive per dimostrare che è bravo, lo fa perché la sua è un’esigenza.

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