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Letto825volte

Milano, triste monolocale. Ore: 21.47.

Soldi. Solo soldi. Ripenso a chi mi diceva che scrivere è passione. Gioia, piacere. Cazzate. Scrivere è sacrificio, dolore. E’ scarnificazione. Scrivere è mandare a puttane la vita. C’è stato un tempo, molto lontano, in cui volevo pubblicare romanzi, poi sono finito a fare pubblicità. Almeno lì pagano. Poco, ma pagano.
La domenica mi passa sopra, come il Frecciarossa Milano Roma. La consegna della campagna salterà, me lo sento. Sono stanco, depresso, infelice. E c’ho l’affitto da pagare, la rata dell’auto, gli alimenti a quella stronza. E non riesco più a credere ai cari vecchi miti di Ranzani. Il mio guru, il mio Yoda. Il mio maestro di vita. L’art director della mia agenzia. L’ispirazione, le emozioni, le storie. E chi ce l’ha più la forza di correre dietro a certe cose? Le storie sono sempre le stesse. Ormai si scrive solo per soldi. E basta. I nostri sono tempi di miseria.

Guardo il nome appuntato sul post-it. Antonino Caponegro, Via De Crescenzo 35.
Mi alzo dalla scrivania e vado alla finestra. La apro. Le stelle. Non ricordo nemmeno più quando è stata l’ultima volta che mi sono fermato a guardarle.
E’ quasi ora. Una strana inquietudine mi scuote le ossa. Fino a qualche anno fa mi sentivo un leone. Dovevo scegliere dove incanalare la mia creatività. Ero di fronte al maledetto bivio. Quello che dio ti pone davanti per dimostrati che non vali niente. Il bene o il male. L’eterno dilemma dell’uomo. Io ho scelto il quasi-quasi.
“A Fabrì, sempre la via di mezzo. Nun fa cazzate”. Me lo diceva sempre mio padre. Per una volta l’ho ascoltato.
Per un po’ è andata. Ma io non ci sono tagliato per queste cose. Dieci anni. Mi sono anche sposato, ma non ha funzionato. Voglio sentire il cuore battere forte. Sopra un motore 4200 di cilindrata, magari. Seduto sul comodo sedile di una Porsche. Emozioni vere, dannazioni. Una belva come me non può carcerarsi tra le quattro mura di un monolocale.

Esco. Cammino fino a quando non arrivo all’incrocio con via De Franceschi. Giro a destra, risalgo per piazza Comencini. I tavolini fuori dai bar sono pieni di ragazzi e ragazze. Ce ne sono un paio carine che ricambiano un sorriso. Ripasso dopo. Riemergo in via Sermonti, passo l’hotel Metropolitan. Quindici anni fa era l’eccellenza della ricezione. Ospitava imprenditori, filosofi, attori, intellettuali, uomini politici. Da qui erano passati zar, califfi, santi e dittatori. Oggi è poco più di un casermone decadente e disabitato. Via De Crescenzo è dietro quell’angolo.
Non so nemmeno io come ho fatto ad infilarmi dentro questo casino. E’ il solito problema delle cattive compagnie.
“Sarà un giochetto facile per te” mi ha detto Andrea, “tu conosci tutti. Hai accesso ai piani alti dei palazzi del potere. Lasci il pacchetto a chi ti dico io e te ne vai. E questo è tutto”.
“Si, ma cosa c’è dentro al pacchetto?”
Mi aveva dato una pacca sulla spalla e poi aveva sorriso. “Ecco Fabrì. Ste domande non le devi fare. Mai”.

Arrivo al numero 35. Un palazzo degli anni sessanta con un lifting di lusso, da borghesia meneghina. Il portone è aperto. Prima di salire le scale mi guardo intorno. Non c’è quasi nessuno. Solo una vecchia a spasso con il cane e una Ritmo Abarth parcheggiata qualche metro più in là.
Al primo piano ci sono due studi legali. Al secondo un’agenzia di pubblicità. Sembra che in questa città non si faccia altro.
Arrivo al terzo. Tre porte, una è socchiusa. Mi avvicino con circospezione. Si apre, all’improvviso.
Un energumeno vestito di nero mi guarda, sembra sorpreso. Non faccio in tempo a parlare che sento uno colpo. Uno sparo. Vedo il suo volto contrarsi dal dolore. Mi butto per terra, vicino al muro, con le mani sulle orecchie. Un altro ancora. E ancora. E ancora. In tutto almeno una decina. Il cuore mi batte fortissimo. Penso che mi verrà un infarto. Dopo diversi minuti mi alzo. Non c’è più nessun rumore adesso. Mi alzo e mi affaccio alla porta. L’energumeno è a terra. La schiena appoggiata al muro. Gli occhi sbarrati. Un foro in testa.
Entro facendo attenzione a non toccare niente. Una vasta sala da pranzo d’antan. E’ impregnata dalla puzza di milioni di sigari. Metri e metri di pannelli di legno, crivellati di colpi. Sulla moquette, vedo una chiazza scura di sangue e dei piedi.
E’ pieno di morti, qui dentro. Ma sono i vivi quelli che mi preoccupano.
Lampadari di cristallo, e una donna vestita di lamè su un divanetto amaranto. Morta anche lei. Sul tavolo una borsa, mi avvicino e la apro appena. E’ piena di soldi. Non so nemmeno quanti. Così tanti non credo di averne mai visti. Milioni, probabilmente. Una vetrata immensa dà sulla strada. Mi affaccio. Milano dorme.
Afferro la borsa e corro fuori. Scendo le scale in fretta finché non sono di nuovo in strada. Ho il fiatone e mi gira la testa. Devo appoggiarmi al muro, gli occhi si riempiono di stelle.
Sono un cardiopatico che per sentirsi vivo è costretto a fare cazzate. Ripenso all’eterno dilemma: bene o male. Ancora il quasi quasi.
Come si potrebbe definire questa cosa? Una benedizione dal cielo?
Cammino velocemente, senza una meta. Arrivo al semaforo lampeggiante, la strada è vuota. L’attraverso. Ci vogliono palle d’acciaio, nella vita. Palle d’acciaio e soldi facili.

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