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Architetture.

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Mi ricordo bene di quella sera. Io ti guardavo mentre ballavi con un’altra. La tua mano sulla sua schiena, ma sembravi non toccarla nemmeno. Lei tirava la testa indietro e rideva. Scopriva il collo, scuoteva i capelli e rideva, rideva, rideva.
La musica suonava languida nel vento, tra le palme e i muri sbrecciati. Tra le finestre divelte di quelle architetture assonnate.
Ricordo che mi guardavi da sopra la spalla. Come a dire cosa c’è. E io ti avevo risposto in silenzio: ti guardo quanto mi pare.
Forse ti chiedevi quanto tempo sarei rimasta. Quanto te ne avrei concesso, prima di andarmene.
Guardavo te e pensavo a tutte quelle stanze. E a quei cieli sopra le stanze. La mia immaginazione aveva il colore dei tuoi occhi, anche adesso che ballavi con lei.
Ballavi, e io a guardarti. Ballavi e facevi finta di scegliere, anche se sapevi già come sarebbe andata.
Non doveva succedere, ci dicevamo. Ma era successo. Io, morfina per i tuoi dolori. Tu, l’insensatezza della passione. Il nostro era stato un peccato commesso perché non era peccato. Una storia d’amore, di ingordigia e di indecenza. Quel bisogno di non bastarsi mai. Era stato tutto un chiasso di mani. Erano nodi, i miei desideri. Tu con le maniche della camicia arrotolata, io con la mia gonna inquieta.
Poi il suolo tremò allo schianto di un fulmine. E le lanterne ondeggiarono nel vento. La musica continuava a suonare mentre le persone scappavano come formiche. L’aria aveva l’odore dolce di terra calda e la fine il suono del tergicristallo.

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