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Wes Anderson.

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Gli scout, i colori sgargianti, le atmosfere sixties, i dialoghi carichi di ironia, le inquadrature da “casa delle bambole”, sono sono alcuni di tratti stilistici di Wes Anderson. Poi c’è una struttura quasi geometrica delle scene, lo spazio è denso di cose da vedere, di oggetti.
Non c’è elemento che sia stato messo lì per caso. Qualche settimana fa ho visto il suo ultimo lavoro “Moonrise Kingdom” e ho adorato la caratterizzazione dei personaggi data da piccoli dettagli e il significato simbolico di alcuni di questi, come l’inseparabile binocolo di Suzy.
Imperdibili anche i titoli di coda, dove viene spiegata la musica sinfonica: prima gli strumenti tutti isolati e poi tutti uniti in un solo movimento.”La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timpani e tamburi. Mi conosco come una sinfonia”, diceva Pessoa. Sì, perché i personaggi dei film di Anderson non sono mai assoluti, i buoni fanno cose cattive e viceversa. Il suo cinema è dato proprio da storie corali che poi, ad un certo punto, ritornano su se stesse, alla ricerca di un’unione.
Anche in questo film, come in The Royal Tenenbaum, viene portata sullo schermo un’infanzia “adulta”. Anche qui il mondo dei grandi viene messo a nudo e, alla fine, i bambini sono più adulti degli adulti stessi.
E poi c’è un altro aspetto che adoro dei film di Wes Anderson: il ruolo della musica, che diventa attrice non protagonista della pellicola.
Wes Anderson è riconoscibile in qualunque cosa faccia. Ha un suo stile inconfondibile, fin dalla prima inquadratura. Anche quando si occupa di pubblicità.

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