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Tra poco è Ferragosto

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Rimini, è il tredici di agosto, ho segnato questa data sul mio calendario.
E’ un anno che vivo qui, nella mia “chambre de bonnes”. In questa casa, che mi custodisce come un violino.
Un anno fa, mi chiusi la porta alle spalle e appoggiai le ultime scatole a terra. Alle 19.45 segnai questa frase che mai vorrei dimenticare: “mi sono tolta le scarpe e ho camminato scalza per la prima volta, finalmente Casa Mia”.
Qui c’è ancora qualcuno che suona il piano, sempre al tramonto, spesso la Funeral March of a Marionette, di Gounod. E il gatto curioso che mi aspetta in cima alle scale e miagola pigro, e la tartaruga che si nasconde in giardino.
Qui sto imparando ancora a dire ti amo, quando mi guardo allo specchio. E, sempre qui, mi riparo gli occhi da questa luce che entra in casa, incurante delle veneziane, e fa finta di essere Dio.
Qui ho riempito scaffali con libri, decine di libri. Ho scartato oggetti, ho riposto tappi di sughero con delle date scritte sopra. Voglio ricordare quella serata in cui ho cucinato una carbonara, perché mi sembravi triste. Anche se poi sono stata infelice io. E poi ancora felice. E infelice.
Ho ascoltato il signore che cantava, quel pomeriggio, mentre svuotava il garage. E ho avuto momenti bellissimi di silenzio. Non li dimenticherò presto, sono stati alcuni dei migliori dell’anno. Ce ne sono stati anche altri, di autentica trasgressione. Occhi negli occhi, confidandosi amore. Vis-a-vis, senza telefono.
Qui ho accolto amici, raccolto confessioni e custodito segreti. Ho asciugato lacrime, le mie e quelle di qualcun altro. Ho perso capelli per far posto ai nuovi. Ho lasciato vecchie idee per far posto alle nuove.
Ho capito quanto costa la libertà, perché la libertà ha sempre un prezzo, e di solito è alto. Ho riempito la casa di piante, proprio io che mai avrei pensato di piantarmi in qualche posto. E invece, in fondo in fondo, sotto questo gran spolvero di germogli e di fronde selvagge, ho affondato le radici in tanti non luoghi.
E sono stata più di qualche minuto così, seduta sul tavolo della cucina, composta e ferma. A guardare tutto e i tetti e le nuvole bionde.
Qui il mio dolore ha raggiunto il massimo grado di perfezione, mentre tutto il resto è sempre stato imperfetto. Ho avuto paura di perdere qualcuno, qui. E ho dormito per un giorno intero.
Sempre qui, l’amore mi è saltato addosso. E ho capito che in una relazione, a un certo punto, le persone le devi far entrare.
Avrei invece voluto lasciare fuori la tristezza, altrove, ma non ci sono riuscita. E mi ha seguita fin quassù. Ma io cerco di tenerla a bada, perché proprio non la voglio quella tigre sulla schiena.
Infine, sempre qui, sotto il tetto del diciassette, ci sono anche io. Che di solito scrivo.

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