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Pina.

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Il film-documentario di Wim Wenders dedicato ad una delle più importanti coreografe moderne, ossia Pina Bausch, è un quadro in movimento, vibrante di colore.
E’ necessario fare una premessa, chi scrive ha davvero poca familiarità con la danza, ad eccezione di qualche sgambettata in body rosa e gonnellina, alla tenera età di sei anni. Nonostante questo, è impossibile rimanere indifferenti di fronte alla potenza comunicativa delle sue performance. “Ci sono situazioni che ti lasciano assolutamente senza parole. E’ qui che entra in gioco la danza”, si dice nella pellicola. Lo stesso accade con la pittura, la poesia, la fotografia. Ci sono sentimenti talmente potenti che è impossibile riuscire a contenerli. Per questo le coreografie di Pina Bausch sono così sentite. Così intime. Vitali e drammatiche, insieme.

“Tutto quello che ho cercato o preteso di essere è sparito sotto al suo sguardo”.

Quella di Pina è la danza che piace me. Non un insieme di regole, non un’attività praticata in spazi limitati ma qualcosa saldamente intrecciato agli elementi naturali. Alla quotidianità. Non esiste un codice, tutto sembra estremamente libero. Un linguaggio del corpo, dove oggetti, emozioni e sentimenti vengono espressi con il movimento. Ed è forse questa la cosa che mi ha colpito di più di questo film. Gli elementi naturali diventano protagonisti. Wenders fa uscire la danza da studi e teatri, portandola nella giungla urbana di Wuppertal, in una vecchia fabbrica o in altri scenari di archeologia industriale, ma anche su un costone roccioso, in una cava o in un fiume.
Il film di Wim Wenders è davvero un capolavoro emozionale. Ricco di colori, suoni e immagini indimenticabili. Per questo, il rimpianto di non essere riuscito a vederlo al cinema, nella sua versione 3d, è tanto.
Il ritratto di Pina è quello di una donna silenziosa, sfuggente e intensa ma dotata di uno sguardo particolare attraverso il quale veniva filtrata la realtà. Pina era un’esploratrice dell’anima. I suoi occhi trasformavano tutto, rendendolo ancora più bello.

“Pina aveva uno sguardo così bello quando guardava. Quando ci guardava. Nel suo universo tutto era luminoso, così come il suo sguardo di ogni giorno. A volte sembrava una bambina per tutti i sentimenti che l’attraversavano”.

Nonostante le apparenze, “Pina” non è un omaggio alla danza, ma all’artista. Per questo è interessante la scelta del regista di dedicare un intero film alla sua amica di sempre, senza quasi mai mostrarla. Le sue apparizioni si contano sulle dita di una mano. Wim Wenders lascia che la figura di Pina emerga dai suoi lavori e dalle testimonianze di chi ha vissuto a stretto contatto con lei. Pina Bausch rimane dietro le quinte, una figura misteriosa e discreta. E proprio questo sollevare il sipario sui segreti più intimi della sua anima e, allo stesso tempo, ripararla dallo sguardo indiscreto e scrutatore della pellicola, rende il film così affascinante.
Per lei non servivano parole, era sufficiente il movimento. Lasciarsi trascinare dalla danza, per comunicare le emozioni.
“Danziamo, danziamo…altrimenti siamo perduti”.

“A volte diceva cose tipo: Andate a cercare. Ma questo era tutto ciò che diceva. Significava che si doveva continuare a cercare, senza sapere dove guardare, né se eri sulla strada giusta”.

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