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Paolo Nutini.

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Di fronte al Sagrato della Chiesa della Collegiata di Verucchio il sole sta tramontando, colorando di tinte calde una porzione di Valmarecchia. La rocca ci guarda dall’alto, silenziosa. E’ una bella serata estiva. La piazza si riempie in fretta. Mi guardo intorno. Il pubblico è raccolto davanti al piccolo palco. Velocemente cala la sera e arriva lui, Paolo Nutini. Vestito con una camicia e un jeans, spettinato, magro, stropicciato e con il più bel paio di labbra della musica soul.
Inizia a cantare e penso che i dischi non rendono giustizia alla sua voce. Dal vivo è spettacolare. Ancora più sofferta e graffiante. Raramente mi è capitato di sentire qualcosa di simile: potente, appassionata, nera. Sì perché è proprio questo il punto. Nutini sarà anche un ragazzo bianco, scozzese, di origini italiane, ma la sua è un’anima nera. La sua voce è matura e arriva direttamente dalle viscere. A volte è cruda, ruvida, arrabbiata, tormentata, quasi animalesca, poi diventa improvvisamente dolce.

Fa spesso delle pause, sorseggiando un calice di vino rosso. O sarebbe meglio dire, più di uno. Strabuzza gli occhioni azzurri e, nonostante il volto da ragazzino, trasuda sensualità in ogni smorfia o movimento che fa.
Il ragazzo ha una passione per i classici del soul anni sessanta, e si sente. Poi passa al folk, allo ska, al blues. Lo fa in maniera leggera. Canta gran parte dei suoi successi, poi sorprende tutti con una cover acustica di “Caruso”, del grande Lucio Dalla. Ha commosso e divertito il pubblico. Non si è fatto mancare nulla. E non ci ha fatto mancare nulla.
Tutta la band ha un tiro notevole. I musicisti sono stati grandiosi e non si può non essere d’accordo con lui, quando grida, entusiasta come un bambino di due anni: “we want more trumpets”! Forse è stato uno dei rari momenti in cui ha mostrato la sua vera età.

Dopo averlo visto dal vivo mi è tornata alla mente una frase che aveva pronunciato il musicista nero Ray Charles: “alcune persone mi hanno detto che ho inventato i suoni che loro chiamavano anima. Ma non posso prendermi questo merito. L’anima è solo il modo in cui i neri cantano quando si lasciano in pace”.
Nel caso di Nutini, il suono dell’anima sembra essere invece l’espressione di una grande vitalità. Di una lotta intestina, tra gioia e tormento. Nutini non si lascia in pace.

Sono state due ore di concerto letteralmente volate via. E devo dire che, a me, questo Paolo Nutini, piace.
Sarà perché mi ricorda quella volta che il suo cd in macchina ha continuato a suonare ininterrottamente, durante tutto il tragitto che mi ha portato a casa da un altro bellissimo concerto, quello degli Skunk Anansie, sarà che mi ha fatto venire in mente una serata di un periodo particolarmente felice, in un ristorante sulla spiaggia, a Cesenatico, dove le sue note si liberavano nell’aria. Sarà che ha scritto canzoni nelle quali mi sono rifugiata durante tanti momenti belli e meno belli, come Last Request, Rewind, Candy, Jenny Don’t Be Hasty, These Streets, Coming Up Easy e, soprattutto, Still Crazy. Ogni testo racconta una storia, anche mia. Sarà che la sua musica, spesso e volentieri, con me ha fatto il suo dovere. Sarà per tutti questi motivi, ma sono tornata a casa con un enorme sorriso disegnato sul volto, dopo il suo concerto.

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