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gennaio: 2019
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Paolo Conte.

Letto422volte

Ormai il mio amore per Conte è noto. Ma il suo concerto a Perugia, in occasione dell’Umbria Jazz, probabilmente, non sarebbe arrivato senza il regalo e il pensiero di qualcuno. Però era l’occasione perfetta per festeggiare il mio compleanno e per sentirsi ancora giovanissimi, in mezzo ad un pubblico dall’età piuttosto alta. Anche se non capisco perché. Conte è sempre stato attuale e rivoluzionario, anche quando si è divertito a vestire la sua musica con abiti antiquati. Le sue canzoni resistono all’usura del tempo e luccicano ancora come un vecchio clarinetto.

L’avvocato di Asti sale sul palco e il concerto inizia. Le Stelle del Jazz stanno guardare, quando il maestro è seduto al piano. La voce è sempre quella, ruvida, sporca e brumata da mille sigarette. Lui, per non tradire la sua fama di persona schiva, parla poco e suona tanto. Le sue canzoni raccontano di donne, di provincia, sentimenti sussurrati, amori e addii. Sono proprio come un buon bicchiere di vino rosso, da assaporare piano, con gusto, seduti in osteria.
Anche il sorriso sghembo è immutato, sotto a quel naso “triste come una salita”. Un po’ malinconico, un po’ beffardo. Come quando soffia nel microfono per simulare il rumore del vento. Solo Conte ha la capacità di disegnare quadri con parole e note.

Oltre ai nuovi brani, come Tropical e Snob, non mancano i pezzi più vecchi, come Ratafià o Una giornata al mare. Il concerto è diviso in due. Si riparte con Dancing e si continua poi con Via con me, Gioco d’Azzardo, Gli Impermeabili, Madeleine, che pensa a “certi gatti o certi uomini, svaniti in una nebbia o in una tappezzeria, addio addio, mai più ritorneranno si sa, col tempo e il vento, tutto vola via“. E nel frattempo anche a Perugia si alza il vento. Ma la temperatura si scalda, tra note di swing e di jazz, fino ad arrivare a Diavolo Rosso, il momento degli assoli.
Alla fine del concerto il pubblico si raccoglie sotto al palco, per applaudirlo. E lui se ne sta lì, e sembra essere eterno, almeno finché Atahualpa o qualche altro Dio, non gli dica “descansate nino”, che continuo io.

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