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Pan del Diavolo.

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Quattro colpi di grancassa e si parte. Il duo siciliano dei Pan del Diavolo suona su un palco d’eccezione in questa torrida serata di agosto: un peschereccio attraccato al molo di Cesenatico.
Inizia il concerto e subito mi è chiaro che il nome luciferino è giustissimo per la violenza sgangherata e incendiaria della loro musica e le atmosfere sinistre che propongono. C’è qualcosa di punk rock e qualcosa di folk. Praticamente punkabbilly o folk’n'roll. Un po’ Elvis e un po’ White Stripes.
Con Scimmia Urlatore e Piombo, Polvere e Carbone il pubblico si scalda, poi il viaggio continua, tra balli folk e cantautorato italiano, fino ad arrivare alla tarantella di Folkrockaboom e alle riflessioni de “I Peggiori” e “Io mi do”.
Le sonorità sono scarne, nude. Solo chitarre acustiche, oppure occasionalmente chitarre elettriche distorte, e grancassa appunto. I testi però sono densi. Anzi, densissimi. Ispirati agli strappi emotivi, quelli della quotidianità. C’è la fidanzata che se n’è andata, chi ha messo su famiglia e chi non l’ha fatto, e mai lo farà. E allora, chi sta sbagliando?
Il dialogo con il mondo, da parte dei Pan del Diavolo però, non è pacificato. Anzi, graffia a sangue. E, anche se l’umore è nero, come la terra sicula, non c’è autocommiserazione. Solo parecchia ironia.
La loro musica è sporca quanto basta per essere accattivante.
Il concerto finisce, ma i Pan del Diavolo sono generosi: scendono dalla barca e continuano a suonare acappella in mezzo alla gente. Il pubblico crea un cerchio intorno a loro, che con le sole chitarre danno vita ad un piccolo, ma prezioso, unplugged.
Insomma, che dire? Con i loro suoni duri e compatti, i Pan del Diavolo non sono facilmente etichettabili. Non c’è via di mezzo nella loro musica e non assomigliano a niente di già sentito, nel panorama italiano.

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