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Maggie's Plan

Maggie ha trent’anni e un piano: fare un figlio da sola, con l’aiuto di un ex compagno di liceo, che ama la matematica e produce cetriolini in vasetto. Solo che le cose non vanno mai come ci si aspetta, e Maggie finisce per farlo comunque questo bambino, ma con un uomo. L’antropologo John, interpretato da Ethan Hawke.

Greta Gerwig, ovvero Maggie, la musa indie degli ultimi anni, è un’attrice delicata. Sorriso spontaneo e spalle solide. Perfetta per il personaggio di Maggie, una giovane donna insicura, maniaca del controllo. Che ha bisogno di decidere da sola, di sapere esattamente cosa accadrà nella sua vita, per poter finalmente diventare “una persona vera” senza aiuti esterni.
Il risvolto della medaglia di questo desiderio di indipendenza è una certa solitudine, che diventa sempre più acuta quando si innamora di un uomo egoista, insicuro almeno quanto lei, e sposato con un’altra donna.
Sta cercando di diventare grande, Maggie. Ma sa badare a se stessa. Non hai mai problemi tu, le dice John.
Come un cactus, che non ha mai bisogno di acqua, risponde, non senza un po’ di amarezza. Ed è proprio per questo, forse, che identificarsi in lei è così facile.

Anche in questo film Greta Gerwig rimane a New York, passando da Brooklyn, dove era ambientato l’adorabile Francis Ha, a Greenwich Village, dove la sua Maggie cerca di lasciare l’adolescenza per diventare adulta, pianificando la propria vita e quella di chi gli sta intorno.

La regista, Rebecca Miller figlia del più celebre Arthur, prende in giro il mondo intellettuale in cui, presumibilmente, è cresciuta. Ma lo fa senza cinismo. Sfila maschere e mischia continuamente le carte. La vittima non lo è mai totalmente. E il carnefice è sempre pronto a passare dall’altro lato della barricata. Inutile prendersi troppo sul serio o incasellare la vita in schemi troppo rigidi.

Per chi ama le definizioni, Maggie’s Plan è una commedia romantica alla Woody Allen, quando ancora Woody Allen faceva bei film. Anche qui borghesi e intellettuali inquieti sono mossi da sentimenti intermittenti. Si innamorano e disamorano, si scambiano ruoli e sensi di colpa. Come nel gioco della sedia, dove chi vince non è chi rimane seduto per ultimo, ma chi impara ad accettare quello che la vita regala senza farsi troppe domande.

Come le canzoni

Ci sono persone così piene che non sai più dove metterle. E allora le infili un po’ tra le note e le parole di una canzone.
C’è Where are we now, che ho ascoltato sette volte di seguito. Ero seduta su quella panchina, giù al faro. Era gennaio, faceva freddo e piangevo, perché te ne eri andato e non sapevo cosa fare.
Mariù parlava d’amore, mentre nonna faceva borbottare le sue pentole e io disegnavo sulla tovaglia cerata.
Modugno cercava un prete per chiacchierar, in quel fischiettante pomeriggio di luglio, in bicicletta. Non c’era nessuno quel giorno, nemmeno un prete, ma c’ero io. E non abbiamo mai parlato così tanto.
C’è mia mamma, nella canzone che le ha dedicato Conte. Perché lei si chiama Ines, ma adesso il nome che porta è Judith. E, visto che parla di lei, Ines mi chiede di farla suonare ancora. E anche Judith è d’accordo.
Van Morrison cantava nei sedili posteriori, durante quel viaggio in macchina attraverso l’Italia. La tenerezza ancora mi sorprende mentre mi domando che fine fanno i sentimenti quando vengono maltrattati. Anche se ora non importa più. Sono diventata indulgente negli anni. So essere gentile con chi ho amato.
All’Hotel Supramonte sono stata vulnerabile e incandescente.
Etta James ha ballato con Serge Gainsbourg in un salotto di Parigi, mentre provavo a suonare un ukulele. Poi ho bevuto vino e riso con un’amica, per ricordare.
Cat Power mi ha fatta innamorare e insieme a Nick Cave ha spiato i primi baci al sapore di fragola.
Sono stata regina di un’esistenza inquieta, a tutte le feste di domani, con Nico.
E Johnny Cash. Sempre la stessa. Nessuno mi consola come lui.
Walk Away di Ben Harper mi fa pensare ai tempi antichi. Un anno senza inverno, solo lunghi pomeriggi in spiaggia. Anche se poi le cose cambiano sempre, anche quelle belle. Le lasciamo per debolezza. Le perdiamo per egoismo. Le Vent Nous Porterà, sì. Ma non ricordo più dove.
E poi giorni di Natale solitari, ad aspettare. 4 Minute Warning, prima di fare il botto. Perché chi si ama si schianta, sempre.
C’è un vecchio pezzo degli Shines, New Slang, che ho ascoltato mentre portavo via le mie cose dalla casa bolognese di via Franceschini. L’ho vista farsi piccola, nel lunotto posteriore, e non ho provato nessuna pena. Sapevo che il meglio doveva ancora venire.
Ho provato a salvare qualcuno con Lou Reed, ma non ci sono riuscita. Nightswimming mi ricorda che le persone che sono destinate ad andarsene, scivolano via. E il tempo lava tutto, come acqua benedetta.
La musica non fa mai prigionieri, proprio come me.

Quando non ci sei

L’ultima volta che mi sono addormentata sul tuo pensiero.
L’ultima volta che la tua mano non era vicina alla mia.
L’ultima volta che ho aspettato che tornassi da un viaggio solo per rivederti.
L’ultima volta in cui il cielo, così pieno di stelle in quelle nitide notti di gennaio, mi è sembrato diverso.
L’ultima volta in cui ho avuto paura di perderti.
L’ultima volta in cui ho ascoltato solo me stessa.
L’ultima volta in cui mi sono ripetuta “non mi manca niente”, mentre invece sapevo benissimo che mi mancavi tu.
Le ricordo tutte, una ad una.

One day I am gonna grow wings

Non ci sono ancora ali o piume, ma qualcosa inizia a muoversi. Proprio qui, sopra alle scapole. Alate, anche quelle.
“Un giorno mi cresceranno le ali, una reazione chimica”, dice una canzone che mi piace.
Non deluderò più il mio cuore. L’ho promesso a me stessa, all’alba dei miei trentuno: non mi abituerò agli sbadigli. Piuttosto mi lascerò sedurre dai mutamenti, per conservarmi intatta.
Mi conosci, ora mi conosco anch’io. Mi sentirò perduta, perché è quello che cerco. Perdermi. Poi però vorrei che mi ritrovassi. E mi ritroverai, lo so. Ci ritroveremo sempre io e te, più di là che di qua. Ci inventeremo fughe e partenze, e ritorni, fino a che il cuore non smetterà di bussare al nostro costato.
Oggi è un giorno come tanti, ma il primo di tanti. La mia chioma cresce, la mia pelle cambia.
Alle diciannove e trentadue, fuori dal mio lucernario, tra i tetti: qualcosa di brutto che mi piace, qualcosa di storto, la quiete di un terrazzo vuoto dove non va mai nessuno, qualcosa che miagola, qualcosa che acceca. La mia città distesa sotto un cielo pigro di fine estate. Questa è l’ora del giorno che preferisco, quella perfetta.
Fa caldo, canticchio, mentre taglio della frutta acerba: “il mio genere è il tuo genere. Io resterò uguale”. E’ una giornata così, di canzoni spezzate, come fossero pane.
E di sogni fervidi, uno dietro l’altro, che faccio. Non dico niente, scrivo. Levo gli ormeggi agli indugi, tana libera tutti. Ma soprattutto, tana libera me.
Che dio, o chi per lui, mi benedica!

Maps

Scappo dalla confusione e mi rifugio quassù. Un quassù senza nome, perché voglio che, almeno oggi, rimanga solo mio. Mi guardo riflessa nel finestrino di un’auto parcheggiata: ho l’aria arrendevole per finta e il passo incerto, mentre salgo. Oggi la fretta non è contemplata.
Stanca, la sera cala, come un sipario. Sono le diciannove e trentadue, e io mi sento piccolissima di fronte a tutti questi campi, tutti questi tetti e tutto questo sole, che sono la mia città. Piccolissima, nonostante il mio metro e settantatré. La sera cala, dicevo, ed è l’ora in cui i miei occhi sono più verdi del solito. E la pelle diventa magnolia.
Forse, per la prima volta, sento l’estate. E’ Ferragosto, con le televisioni che escono dalle finestre, i rumori delle posate, le risate. E io vorrei essere altrove. Magari sott’acqua a sentire il mio respiro dall’interno. Con un panino che mi aspetta, nella borsa del mare. Nella Fiat Uno di mio padre, con mia madre che indossa un vestito a fiori. O sotto un’ombrellone piantato nella sabbia, con i capelli bagnati e tu che mi dormi addosso.
Cerco un po’ di quiete seduta su questo muretto, che non potete vedere, e mi appunto qualcosa sul quaderno. Quanto sono inutili le parole. E necessarie.
Sfoglio le pagine, qualche mese fa scrivevo che solo alla Natura dovrebbe essere permesso di governarci. Così, ho fatto a meno della mia smania di averti vicino, che ti tiene lontano. Ma non credo di esserci tanto riuscita. E continuo a coltivare quell’idea, di darsi senza se e senza però.
Penso che si sia molto affini, io e te. Molto diversi, molto strambi, molto selvatici. E molto vulnerabili. Trasmissioni dense, anche senza contatto di mucose.
Però ripenso anche, con un po’ di nostalgia, a quando l’amore era il testo, e non il sottotesto. Per aver ricordi tanti, e rimpianti nessuno. E a quegli anni che sembrano non aver nemmeno mai visto l’inverno. Solo lunghe giornate di Ferragosto, come questa. Solitarie e assolate.

Tra poco è Ferragosto

Rimini, è il tredici di agosto, ho segnato questa data sul mio calendario.
E’ un anno che vivo qui, nella mia “chambre de bonnes”. In questa casa, che mi custodisce come un violino.
Un anno fa, mi chiusi la porta alle spalle e appoggiai le ultime scatole a terra. Alle 19.45 segnai questa frase che mai vorrei dimenticare: “mi sono tolta le scarpe e ho camminato scalza per la prima volta, finalmente Casa Mia”.
Qui c’è ancora qualcuno che suona il piano, sempre al tramonto, spesso la Funeral March of a Marionette, di Gounod. E il gatto curioso che mi aspetta in cima alle scale e miagola pigro, e la tartaruga che si nasconde in giardino.
Qui sto imparando ancora a dire ti amo, quando mi guardo allo specchio. E, sempre qui, mi riparo gli occhi da questa luce che entra in casa, incurante delle veneziane, e fa finta di essere Dio.
Qui ho riempito scaffali con libri, decine di libri. Ho scartato oggetti, ho riposto tappi di sughero con delle date scritte sopra. Voglio ricordare quella serata in cui ho cucinato una carbonara, perché mi sembravi triste. Anche se poi sono stata infelice io. E poi ancora felice. E infelice.
Ho ascoltato il signore che cantava, quel pomeriggio, mentre svuotava il garage. E ho avuto momenti bellissimi di silenzio. Non li dimenticherò presto, sono stati alcuni dei migliori dell’anno. Ce ne sono stati anche altri, di autentica trasgressione. Occhi negli occhi, confidandosi amore. Vis-a-vis, senza telefono.
Qui ho accolto amici, raccolto confessioni e custodito segreti. Ho asciugato lacrime, le mie e quelle di qualcun altro. Ho perso capelli per far posto ai nuovi. Ho lasciato vecchie idee per far posto alle nuove.
Ho capito quanto costa la libertà, perché la libertà ha sempre un prezzo, e di solito è alto. Ho riempito la casa di piante, proprio io che mai avrei pensato di piantarmi in qualche posto. E invece, in fondo in fondo, sotto questo gran spolvero di germogli e di fronde selvagge, ho affondato le radici in tanti non luoghi.
E sono stata più di qualche minuto così, seduta sul tavolo della cucina, composta e ferma. A guardare tutto e i tetti e le nuvole bionde.
Qui il mio dolore ha raggiunto il massimo grado di perfezione, mentre tutto il resto è sempre stato imperfetto. Ho avuto paura di perdere qualcuno, qui. E ho dormito per un giorno intero.
Sempre qui, l’amore mi è saltato addosso. E ho capito che in una relazione, a un certo punto, le persone le devi far entrare.
Avrei invece voluto lasciare fuori la tristezza, altrove, ma non ci sono riuscita. E mi ha seguita fin quassù. Ma io cerco di tenerla a bada, perché proprio non la voglio quella tigre sulla schiena.
Infine, sempre qui, sotto il tetto del diciassette, ci sono anche io. Che di solito scrivo.

Non luoghi_02

Firenze e le sue statue di marmo. Bianche come le mie cosce.
Le tue piccole scoperte e i luoghi che hai trovato.
La mia cervicale, che non mi dà tregua. I musei, Kandiski, Pollock e Rothko. Le sale buie e i libri usati. Decine, centinaia di libri usati.
La pioggia e gli “appena in tempo”. Nick Cave. Le mani, gli incubi, il tuo naso sulla mia spalla, e poi abbracciarti stretto. E le notti traforate dal tuo russare. I letti scomodi e i negozi di dischi bellissimi. Le birre. E poi la pioggia. Le soluzioni punk. Ripenso a quanto mi piaccia il mercato di una città che non conosco. Il panino con il lampredotto, il lagotto, il leprotto. Il triceratopo, che l’accento lo puoi mettere dove vuoi. E la pioggia. La felicità che abbiamo avuto, qualche volta. La brioche e il cappuccino. E poi ancora, la pioggia.

Sweetheart like you

Ci sono fenomeni inspiegabili, come l’esistenza di certi cartelli stradali o le fasi lunari. Tra questi c’era il fatto che lei avesse accettato il suo invito, quella sera.
Era freddo nella locanda sul lungomare, lo ricordava come fosse ora. L’inverno in una città sul mare è più inverno. La sera è subito notte. E il mare, beh il mare, è più mare.
Non credeva sarebbe venuta, e invece.
Quando erano entrati insieme, tutti si erano girati a guardarla. Era bella con il cappotto appoggiato sulle spalle. E quel modo di camminare aveva fatto la gioia di tutti gli uomini del locale. Le ricordava un’altra che aveva conosciuto, diversi anni prima.
Quando si erano seduti, in un angolo poco illuminato della sala, era imbarazzato e non sapeva cosa dirle. Lei lo guardava con certi occhi che non riusciva a capire. Si perdeva a osservarli. Era desiderio quella luce lì in fondo? O forse si stava prendendo gioco di lui? Non avrebbe saputo dirlo.

“Perché sei venuta?”
“Non avrei dovuto? Hai insistito talmente tanto per vedermi questa sera che ero curiosa di capire il perché. Mi aspettavano a cena. Ma sai com’è, ogni scelta una rinuncia. E allora sono qui a bere pessima birra, anziché mangiare dell’ottima carne”.
Ogni scelta una rinuncia, l’avrebbe imparato bene, nel tempo a seguire.
“Hai un orologio grande, sembra da uomo”.
“E’ da uomo”.
Era rimasto in silenzio. Lei, come se gli avesse letto nel pensiero, rispose alla domanda che non aveva avuto il coraggio di fare.
“Non è un regalo, l’ho comprato io. Mi piaceva così”. E a quel punto aveva sorriso.
“Toglimi una curiosità: che ci fai in un posto così, con uno come me?”
“Perché, come sono quelli come te?”
“Inaffidabili. Pericolosi”
“Non mi sembri pericoloso. Ma potrei esserlo io”
Aveva ragione. Lo era. Ed era anche molto diversa dall’angioletto che sembrava. Dava l’impressione di essere una che ci aveva provato con l’amore, provato per davvero. Ma doveva aver capito che non faceva per lei.
“Indovina la mia età”, le aveva detto e lei aveva risposto con civetteria, sbagliando per difetto.
Avevano passato il resto della serata a parlare di cose inutili, per evitare l’unico argomento che interessava ad entrambi.
Quando l’aveva accompagnata fuori, l’aveva baciata. Un bacio maldestro e vorace, proprio sotto al lampione. A quel bacio ne era seguito un altro. E un altro ancora. Baci affamati che mordevano le labbra. Baci che facevano felice la bocca.
Poi le aveva preso il viso tra le mani. “Forse stasera avresti fatto meglio ad accettare quell’invito a cena invece di andare in cerca di guai”.
Lei aveva mandato la testa indietro e lui l’aveva tirata verso di sé. E l’aveva baciata ancora. E ancora. E ancora. Quei baci lo saziavano e l’accendevano. Le loro lingue si arrendevano e combattevano.
Gli aveva svegliato il cuore, che ora sembrava fiorirgli nel petto. Il respiro affannava, la pancia si stringeva, e le loro bocche si sbranavano.
Quando era tornato a casa aveva dovuto togliersi di dosso tutto quell’odore. Di lei, di quella serata. E di quei baci.
Ormai avevano rotto gli indugi, e non vedeva l’ora di rifarlo.

Entre chien et loup

Mi piace camminare da sola, in estate, quando cala la sera. La quiete dell’asfalto caldo mi aiuta a mantenere la mente intatta. Magari solo per una decina di minuti, ma sufficienti per vincere piccole guerre private.
Passo di fronte a tutti quei luoghi che mi hanno custodita e guardo con curiosità nuova posti che avrò visto centinaia di volte. Lo faccio fino a che riaffiora qualche ricordo, la nostalgia è uno squarcio improvviso in questo blu, che cala sulle case e anche su di me. Ma siamo fatti anche degli abbandoni che abbiamo subito, di tutte le ore che abbiamo passato lontano da qualcuno che amavamo perché tanto c’era sempre tempo, di tutte le sconfitte e i no che abbiamo ricevuto.
Cammino senza fretta e senza una direzione precisa. Con quest’aria da femmina quieta, ma in leggera mutazione. Ho i capelli nervosi e i piedi veloci, ma porto sulle spalle tutta la vulnerabilità di chi ama tanto. Quell’amore che ti fa vedere gli altri con gli occhi di dio, se questo dio esiste. E la pazienza di Penelope in tasca, insieme alle chiavi di casa.
“Entre chien et loup” dicono i francesi, per indicare quell’ora in cui non si riesce più a distinguere un cane da un lupo.
E quando poi arriva il buio, io che sono un po’ miope, non vedo bene i contorni. Nemmeno i miei. E la cosa mi conforta, mi fa far pace con le imperfezioni.
Così, quando mi chiudo la porta alle spalle, sorrido e penso che un po’ mi dispiace vedermi crescere, ma mi consola sapere che rimarrò fragile fino alla fine. Fino all’ultima delle mie doppie punte.

Un bullone dallo spazio

“Non ce la farà a passare il Kansas” disse mio padre in piedi di fronte al televisore, il giorno della partenza. “E se ce la farà non sarà di certo per via aerea”, aggiunse. E invece il Columbia era partito. Era il 16 gennaio.
Sembrava un enorme proiettile scintillante mentre lasciava la Terra, seguito solo da una colonna di fumo e fuoco.
“Guarda papà, hai visto i tre motori e i due razzi a propellente solido?”, mio padre mi aveva lanciato un’occhiata, come se fossi matto.
Un bambino di undici anni che sa queste informazioni, non è una cosa normale. Sta a vedere che questo davvero mi va sulla Luna, doveva aver pensato.
“Sono quelli bianchi, alti, ai due lati del serbatoio esterno arancione, vedi? Poi si staccano dallo Shuttle quando è lontano dalla Terra e cadono nell’Oceano”.
Mi sarebbe piaciuto trovare un pezzo di quei razzi in spiaggia, anziché le solite cassette della frutta portate da chissà dove.

Una partenza perfetta, avevano detto i giornalisti. Lo Shuttle Columbia era un capolavoro di tecnologia, l’equipaggio preparatissimo, le condizioni meteorologiche ideali, continuava a ripetere quel tizio in tv con i capelli da omino Lego. Eppure.
“Anche io voglio diventare astronauta”, proclamai. Non mi interessava il calcio, no. Avevo undici anni e sognavo le stelle, nonostante tutti i santissimi giorni mio fratello mi costringesse a guardare con lui le azioni sul campo del nipponico duo.
“Holly e Benji, due sportivi, due ragazzi per il calcio sono pazzi, son portiere e attaccante Holly e Benji due speranze”, cantavamo io e Gianluca, in giardino. Ogni partita durava una settimana. Introspezioni psicologiche, flashback e flussi interiori. Forse è per questo che non sono mai diventato un tifoso. Novanta minuti di gioco sono troppo pochi per me. Lallalaralalallàlaralallalaralallàààà, la sigla ci seguiva fino alla fine del pomeriggio.
Le stelle invece, le stelle sono un’altra cosa. In quei sedici giorni, dal 16 gennaio al 1° febbraio 2003 il garage era diventato il mio paradiso. Con l’aiuto di mio padre avevo costruito una scatola di legno grande abbastanza per contenere due persone. Era diventata la mia navicella spaziale. Sui lati avevo scritto COLUMBIA in maiuscolo, con un pennarello blu. Ci rimanevo dentro per dei pomeriggi interi, finché non arrivava mia madre ad aprire la porta del garage.
“Torre di controllo chiama Major Tom. Torna sulla terra”, mi diceva rimanendo in piedi sull’ingresso. “E’ pronta la cena, basta con le stelle per oggi”.

“Papà, è domani che atterra il Columbia?”
“Sì, me l’hai già chiesto cento volte. Adesso però dormi”.
Ero impaziente. Mi ero alzato prestissimo quel 1° Febbraio e per tutta la mattina in classe non avevo pensato ad altro.
Era sabato, papà mi era venuto a prendere a scuola. Aveva cucinato lui, mangiammo un piatto di pasta scotta mentre andava in onda il telegiornale. La televisione trasmetteva le immagini dell’atterraggio.
Lo Shuttle Columbia era argentato e luccicante nel cielo azzurro del Texas. Aveva attraversato l’atmosfera come un missile. Poi era successo qualcosa. Una piccola palla infuocata si era staccata dal corpo della navicella. Avevo pensato che fosse una cosa normale, forse era carburante o combustibile, un razzo o chissà cos’altro. A quella però ne erano seguite altre. Erano pezzi grossi che, nella caduta, si disintegravano in pezzi sempre più piccoli.
Alle tre non c’era più nulla. Era andato completamente distrutto.
Era la prima notizia del telegiornale: “Lo Shuttle Columbia esplode sopra il cielo del Texas, a pochi minuti dall’atterraggio a Cape Canaveral. Muoiono i sette astronauti a bordo”.
Rick Husband, il Comandante, William McCool, Michael Anderson, Ilan Ramon, Kalpana Chawla, David Brown e Laurel Clark. Avevo ritagliato le loro foto da un quotidiano e le avevo incollate su un quaderno a quadretti. Conoscevo i loro nomi a memoria.
“È stato perso il Columbia; non ci sono sopravvissuti”, aveva dichiarato il presidente Bush. Aveva una faccia che prometteva lacrime.
Lo Shuttle Columbia si era disintegrato nel cielo grande del Texas.
“Roger, uh, bu…”, poi più niente. Silenzio. Solo una piccola pioggia di luminosissimi meteoriti. Erano state queste le ultime parole. Una frase iniziata e mai finita.
Le previsioni meteo promettevano bel tempo quel 1° febbraio. “Cielo terso sul Kansas”, diceva il giornalista. Le tempeste erano lontane, più che mai quelle elettriche. Quindi cosa era successo?
A quei tempi si parlò di una falla nell’ala, riparata malamente, che si era aperta in fase di atterraggio.
Chissà se Rick Husband e gli altri sono riusciti ad accorgersene, che la navicella si stava distruggendo.

Meno mille millesimi di secondo. Il Capitano e gli altri si saranno preparati all’atterraggio. Avranno pensato che da lì a pochi minuti avrebbero rivisto moglie e figli. Si saranno accese delle spie. Avranno fatto in tempo a rendersi conto di qualcosa che non andava? Chissà se avranno provato a fare qualcosa. Quali saranno stati i loro ultimi pensieri? E quali sarebbero stati i miei, se fossi stato lì? Forse mi sarei ricordato di quel pomeriggio nel parco, a dare da mangiare ai cigni. Quando avevo rubato un uovo di anatra e mi ero sentito in colpa. Di sicuro il comandante Husband non aveva mai rubato un uovo di anatra. Chissà se aveva mai immaginato che quella navicella, il Columbia, “un capolavoro di tecnologia” come l’aveva definito il tizio in tv con i capelli ridicoli, sarebbe diventata la causa della sua morte. Filmata, e vista da milioni di persone.
Meno novecentonovantotto millesimi di secondo. Chissà se anche lui aveva sempre desiderato fare l’astronauta. O se chi diventa astronauta poi, ha sogni diversi da bambino. Magari avrebbe preferito diventare gelataio.
Meno centodue millesimi di secondo. Ok, è finita, avrà pensato, insieme al resto dell’equipaggio. Anche volendo, non avrebbe nemmeno avuto il tempo di mandare un messaggio. Mia mamma ci sarebbe rimasta malissimo se non le avessi fatto almeno una telefonata per dirle qualcosa.
Meno cinquanta millesimi di secondo. Il tempo è finito, è agli sgoccioli. Appena pochi attimi nella pellicola della vita. Chissà se gli ultimi fotogrammi del film sono fatti di memorie antiche oppure no.
Meno otto millesimi di secondo. Il capitano Husband avrà ripensato al suo sogno di bambino. Forse sarebbe stato meglio se fossi diventato gelataio, si sarà ripetuto tra sé e sé.
Meno cinque, meno quattro, meno tre. Buuuum. Il modulo in cui si trovava l’equipaggio fu l’ultimo a distruggersi, il tizio in tv sembrava dovesse scoppiare a piangere mentre dava l’annuncio. Erano da poco passate le tre di pomeriggio. Era il 1° Febbraio. Ci fu una pioggia di piccoli detriti in Texas, quel giorno.
“Maledetti russi”, aveva detto papà mentre spegneva la televisione. Poi aggiunse altre cose, sempre su questi russi che si credono i padroni dello spazio dopo aver messo in orbita quel loro scudo di satelliti.
Infine si era alzato ed era andato di là. Io ero rimasto seduto. Immobile. Sarò stato venti minuti a guardarmi nel piatto. C’erano dei maccheroni con i piselli. Scotti.
Alla fine ero corso fuori, verso il garage. Lì mi aspettava la mia navicella di legno. Ricordo che presi il martello e lo sbattei violentemente sul lato, dove c’era il nome scritto a pennarello. La colpii ancora e ancora. In pochi minuti era distrutta, come il Columbia. Poi avevo preso la bicicletta ed ero andato al parco. Rimasi steso sotto un albero a guardare il cielo, dopo un po’ mi aveva raggiunto Gianluca.
“Holly si allena tirando i rigori. Benji si allena parando i rigori”, era sceso dalla bici e mi era venuto vicino, “facciamo una partita?”
“Non ho voglia adesso, lasciami stare”. Mi aveva guardato per un attimo senza nemmeno sbuffare, e poi se n’era andato. Aveva capito anche lui che non era aria. O forse stava per iniziare una nuova puntata del nipponico duo.

Allora non potevo saperlo, ma quello che successe quel giorno influenzò profondamente il mio futuro. Rimasi almeno un’ora sotto al susino ad osservare il cielo tra i rami nudi. Per un po’ avevo cercato di dare una forma alle nuvole. Un elefante, un cane, una giraffa, un’automobile, una navicella spaziale. Sentivo un nodo in gola, conoscevo bene quella sensazione. Sperai che non fossero mai partiti. Avevano toccato le stelle ma non erano più riusciti a tornare. Husband, McCool e gli altri avevano realizzato il loro sogno, ma non avevano potuto raccontarlo a nessuno. Sarebbe stato meglio se fossero rimasti. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Provai a chiuderli per fermare l’inevitabile. In quel momento qualcosa mi colpì. Con violenza, in fronte. Aprii gli occhi e mi rimisi a sedere. Guardai intorno per capire cosa fosse stato. Poi lo vidi, lì a terra, luccicante, a meno di un metro da me. Era un bullone. Lo raccolsi e lo guardai. Era proprio un bullone. Alzai gli occhi verso il cielo. Da dove arrivava? Dallo spazio, forse? Doveva essere per forza un bullone spaziale.
Era uno di quegli eventi per cui vanno pazzi i bambini, prima che da adulti sacrifichino un’ingente dose di immaginazione a favore di una realtà spesso molto più banale. Lo misi in tasca.
Ancora oggi lo tengo sempre con me. Adesso ho venticinque anni e non ho paura di partire. La prima volta che me ne andai dall’Italia ne avevo venti. Partecipai ad un Erasmus in Spagna, ci rimasi un anno. La seconda volta ero più incattivito. Avevo una laurea in ingegneria in tasca, e la crisi mordeva. Non posso più stare qui, dissi a mio padre, non so come fanno gli altri, ma io non ci sto a farmi insultare ogni giorno da questi che fanno i padroni ma sanno fare un millesimo di quello che so fare io e vogliono pagarmi novecentocinquanta euro al mese. Quella volta restai un anno in Inghilterra. Adesso sono tornato, ma non so ancora per quanto. Non ho mai smesso di sognare, anche se non sono andato sulla Luna, come temeva mio padre. Ancora non so da dove arrivò quel bullone. Ma so che se adesso parto con la mente, poi le vado dietro con tutto il corpo.