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novembre: 2017
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Tra poco è Ferragosto

Rimini, è il tredici di agosto, ho segnato questa data sul mio calendario.
E’ un anno che vivo qui, nella mia “chambre de bonnes”. In questa casa, che mi custodisce come un violino.
Un anno fa, mi chiusi la porta alle spalle e appoggiai le ultime scatole a terra. Alle 19.45 segnai questa frase che mai vorrei dimenticare: “mi sono tolta le scarpe e ho camminato scalza per la prima volta, finalmente Casa Mia”.
Qui c’è ancora qualcuno che suona il piano, sempre al tramonto, spesso la Funeral March of a Marionette, di Gounod. E il gatto curioso che mi aspetta in cima alle scale e miagola pigro, e la tartaruga che si nasconde in giardino.
Qui sto imparando ancora a dire ti amo, quando mi guardo allo specchio. E, sempre qui, mi riparo gli occhi da questa luce che entra in casa, incurante delle veneziane, e fa finta di essere Dio.
Qui ho riempito scaffali con libri, decine di libri. Ho scartato oggetti, ho riposto tappi di sughero con delle date scritte sopra. Voglio ricordare quella serata in cui ho cucinato una carbonara, perché mi sembravi triste. Anche se poi sono stata infelice io. E poi ancora felice. E infelice.
Ho ascoltato il signore che cantava, quel pomeriggio, mentre svuotava il garage. E ho avuto momenti bellissimi di silenzio. Non li dimenticherò presto, sono stati alcuni dei migliori dell’anno. Ce ne sono stati anche altri, di autentica trasgressione. Occhi negli occhi, confidandosi amore. Vis-a-vis, senza telefono.
Qui ho accolto amici, raccolto confessioni e custodito segreti. Ho asciugato lacrime, le mie e quelle di qualcun altro. Ho perso capelli per far posto ai nuovi. Ho lasciato vecchie idee per far posto alle nuove.
Ho capito quanto costa la libertà, perché la libertà ha sempre un prezzo, e di solito è alto. Ho riempito la casa di piante, proprio io che mai avrei pensato di piantarmi in qualche posto. E invece, in fondo in fondo, sotto questo gran spolvero di germogli e di fronde selvagge, ho affondato le radici in tanti non luoghi.
E sono stata più di qualche minuto così, seduta sul tavolo della cucina, composta e ferma. A guardare tutto e i tetti e le nuvole bionde.
Qui il mio dolore ha raggiunto il massimo grado di perfezione, mentre tutto il resto è sempre stato imperfetto. Ho avuto paura di perdere qualcuno, qui. E ho dormito per un giorno intero.
Sempre qui, l’amore mi è saltato addosso. E ho capito che in una relazione, a un certo punto, le persone le devi far entrare.
Avrei invece voluto lasciare fuori la tristezza, altrove, ma non ci sono riuscita. E mi ha seguita fin quassù. Ma io cerco di tenerla a bada, perché proprio non la voglio quella tigre sulla schiena.
Infine, sempre qui, sotto il tetto del diciassette, ci sono anche io. Che di solito scrivo.

Non luoghi_02

Firenze e le sue statue di marmo. Bianche come le mie cosce.
Le tue piccole scoperte e i luoghi che hai trovato.
La mia cervicale, che non mi dà tregua. I musei, Kandiski, Pollock e Rothko. Le sale buie e i libri usati. Decine, centinaia di libri usati.
La pioggia e gli “appena in tempo”. Nick Cave. Le mani, gli incubi, il tuo naso sulla mia spalla, e poi abbracciarti stretto. E le notti traforate dal tuo russare. I letti scomodi e i negozi di dischi bellissimi. Le birre. E poi la pioggia. Le soluzioni punk. Ripenso a quanto mi piaccia il mercato di una città che non conosco. Il panino con il lampredotto, il lagotto, il leprotto. Il triceratopo, che l’accento lo puoi mettere dove vuoi. E la pioggia. La felicità che abbiamo avuto, qualche volta. La brioche e il cappuccino. E poi ancora, la pioggia.

Sweetheart like you

Ci sono fenomeni inspiegabili, come l’esistenza di certi cartelli stradali o le fasi lunari. Tra questi c’era il fatto che lei avesse accettato il suo invito, quella sera.
Era freddo nella locanda sul lungomare, lo ricordava come fosse ora. L’inverno in una città sul mare è più inverno. La sera è subito notte. E il mare, beh il mare, è più mare.
Non credeva sarebbe venuta, e invece.
Quando erano entrati insieme, tutti si erano girati a guardarla. Era bella con il cappotto appoggiato sulle spalle. E quel modo di camminare aveva fatto la gioia di tutti gli uomini del locale. Le ricordava un’altra che aveva conosciuto, diversi anni prima.
Quando si erano seduti, in un angolo poco illuminato della sala, era imbarazzato e non sapeva cosa dirle. Lei lo guardava con certi occhi che non riusciva a capire. Si perdeva a osservarli. Era desiderio quella luce lì in fondo? O forse si stava prendendo gioco di lui? Non avrebbe saputo dirlo.

“Perché sei venuta?”
“Non avrei dovuto? Hai insistito talmente tanto per vedermi questa sera che ero curiosa di capire il perché. Mi aspettavano a cena. Ma sai com’è, ogni scelta una rinuncia. E allora sono qui a bere pessima birra, anziché mangiare dell’ottima carne”.
Ogni scelta una rinuncia, l’avrebbe imparato bene, nel tempo a seguire.
“Hai un orologio grande, sembra da uomo”.
“E’ da uomo”.
Era rimasto in silenzio. Lei, come se gli avesse letto nel pensiero, rispose alla domanda che non aveva avuto il coraggio di fare.
“Non è un regalo, l’ho comprato io. Mi piaceva così”. E a quel punto aveva sorriso.
“Toglimi una curiosità: che ci fai in un posto così, con uno come me?”
“Perché, come sono quelli come te?”
“Inaffidabili. Pericolosi”
“Non mi sembri pericoloso. Ma potrei esserlo io”
Aveva ragione. Lo era. Ed era anche molto diversa dall’angioletto che sembrava. Dava l’impressione di essere una che ci aveva provato con l’amore, provato per davvero. Ma doveva aver capito che non faceva per lei.
“Indovina la mia età”, le aveva detto e lei aveva risposto con civetteria, sbagliando per difetto.
Avevano passato il resto della serata a parlare di cose inutili, per evitare l’unico argomento che interessava ad entrambi.
Quando l’aveva accompagnata fuori, l’aveva baciata. Un bacio maldestro e vorace, proprio sotto al lampione. A quel bacio ne era seguito un altro. E un altro ancora. Baci affamati che mordevano le labbra. Baci che facevano felice la bocca.
Poi le aveva preso il viso tra le mani. “Forse stasera avresti fatto meglio ad accettare quell’invito a cena invece di andare in cerca di guai”.
Lei aveva mandato la testa indietro e lui l’aveva tirata verso di sé. E l’aveva baciata ancora. E ancora. E ancora. Quei baci lo saziavano e l’accendevano. Le loro lingue si arrendevano e combattevano.
Gli aveva svegliato il cuore, che ora sembrava fiorirgli nel petto. Il respiro affannava, la pancia si stringeva, e le loro bocche si sbranavano.
Quando era tornato a casa aveva dovuto togliersi di dosso tutto quell’odore. Di lei, di quella serata. E di quei baci.
Ormai avevano rotto gli indugi, e non vedeva l’ora di rifarlo.

Entre chien et loup

Mi piace camminare da sola, in estate, quando cala la sera. La quiete dell’asfalto caldo mi aiuta a mantenere la mente intatta. Magari solo per una decina di minuti, ma sufficienti per vincere piccole guerre private.
Passo di fronte a tutti quei luoghi che mi hanno custodita e guardo con curiosità nuova posti che avrò visto centinaia di volte. Lo faccio fino a che riaffiora qualche ricordo, la nostalgia è uno squarcio improvviso in questo blu, che cala sulle case e anche su di me. Ma siamo fatti anche degli abbandoni che abbiamo subito, di tutte le ore che abbiamo passato lontano da qualcuno che amavamo perché tanto c’era sempre tempo, di tutte le sconfitte e i no che abbiamo ricevuto.
Cammino senza fretta e senza una direzione precisa. Con quest’aria da femmina quieta, ma in leggera mutazione. Ho i capelli nervosi e i piedi veloci, ma porto sulle spalle tutta la vulnerabilità di chi ama tanto. Quell’amore che ti fa vedere gli altri con gli occhi di dio, se questo dio esiste. E la pazienza di Penelope in tasca, insieme alle chiavi di casa.
“Entre chien et loup” dicono i francesi, per indicare quell’ora in cui non si riesce più a distinguere un cane da un lupo.
E quando poi arriva il buio, io che sono un po’ miope, non vedo bene i contorni. Nemmeno i miei. E la cosa mi conforta, mi fa far pace con le imperfezioni.
Così, quando mi chiudo la porta alle spalle, sorrido e penso che un po’ mi dispiace vedermi crescere, ma mi consola sapere che rimarrò fragile fino alla fine. Fino all’ultima delle mie doppie punte.

Un bullone dallo spazio

“Non ce la farà a passare il Kansas” disse mio padre in piedi di fronte al televisore, il giorno della partenza. “E se ce la farà non sarà di certo per via aerea”, aggiunse. E invece il Columbia era partito. Era il 16 gennaio.
Sembrava un enorme proiettile scintillante mentre lasciava la Terra, seguito solo da una colonna di fumo e fuoco.
“Guarda papà, hai visto i tre motori e i due razzi a propellente solido?”, mio padre mi aveva lanciato un’occhiata, come se fossi matto.
Un bambino di undici anni che sa queste informazioni, non è una cosa normale. Sta a vedere che questo davvero mi va sulla Luna, doveva aver pensato.
“Sono quelli bianchi, alti, ai due lati del serbatoio esterno arancione, vedi? Poi si staccano dallo Shuttle quando è lontano dalla Terra e cadono nell’Oceano”.
Mi sarebbe piaciuto trovare un pezzo di quei razzi in spiaggia, anziché le solite cassette della frutta portate da chissà dove.

Una partenza perfetta, avevano detto i giornalisti. Lo Shuttle Columbia era un capolavoro di tecnologia, l’equipaggio preparatissimo, le condizioni meteorologiche ideali, continuava a ripetere quel tizio in tv con i capelli da omino Lego. Eppure.
“Anche io voglio diventare astronauta”, proclamai. Non mi interessava il calcio, no. Avevo undici anni e sognavo le stelle, nonostante tutti i santissimi giorni mio fratello mi costringesse a guardare con lui le azioni sul campo del nipponico duo.
“Holly e Benji, due sportivi, due ragazzi per il calcio sono pazzi, son portiere e attaccante Holly e Benji due speranze”, cantavamo io e Gianluca, in giardino. Ogni partita durava una settimana. Introspezioni psicologiche, flashback e flussi interiori. Forse è per questo che non sono mai diventato un tifoso. Novanta minuti di gioco sono troppo pochi per me. Lallalaralalallàlaralallalaralallàààà, la sigla ci seguiva fino alla fine del pomeriggio.
Le stelle invece, le stelle sono un’altra cosa. In quei sedici giorni, dal 16 gennaio al 1° febbraio 2003 il garage era diventato il mio paradiso. Con l’aiuto di mio padre avevo costruito una scatola di legno grande abbastanza per contenere due persone. Era diventata la mia navicella spaziale. Sui lati avevo scritto COLUMBIA in maiuscolo, con un pennarello blu. Ci rimanevo dentro per dei pomeriggi interi, finché non arrivava mia madre ad aprire la porta del garage.
“Torre di controllo chiama Major Tom. Torna sulla terra”, mi diceva rimanendo in piedi sull’ingresso. “E’ pronta la cena, basta con le stelle per oggi”.

“Papà, è domani che atterra il Columbia?”
“Sì, me l’hai già chiesto cento volte. Adesso però dormi”.
Ero impaziente. Mi ero alzato prestissimo quel 1° Febbraio e per tutta la mattina in classe non avevo pensato ad altro.
Era sabato, papà mi era venuto a prendere a scuola. Aveva cucinato lui, mangiammo un piatto di pasta scotta mentre andava in onda il telegiornale. La televisione trasmetteva le immagini dell’atterraggio.
Lo Shuttle Columbia era argentato e luccicante nel cielo azzurro del Texas. Aveva attraversato l’atmosfera come un missile. Poi era successo qualcosa. Una piccola palla infuocata si era staccata dal corpo della navicella. Avevo pensato che fosse una cosa normale, forse era carburante o combustibile, un razzo o chissà cos’altro. A quella però ne erano seguite altre. Erano pezzi grossi che, nella caduta, si disintegravano in pezzi sempre più piccoli.
Alle tre non c’era più nulla. Era andato completamente distrutto.
Era la prima notizia del telegiornale: “Lo Shuttle Columbia esplode sopra il cielo del Texas, a pochi minuti dall’atterraggio a Cape Canaveral. Muoiono i sette astronauti a bordo”.
Rick Husband, il Comandante, William McCool, Michael Anderson, Ilan Ramon, Kalpana Chawla, David Brown e Laurel Clark. Avevo ritagliato le loro foto da un quotidiano e le avevo incollate su un quaderno a quadretti. Conoscevo i loro nomi a memoria.
“È stato perso il Columbia; non ci sono sopravvissuti”, aveva dichiarato il presidente Bush. Aveva una faccia che prometteva lacrime.
Lo Shuttle Columbia si era disintegrato nel cielo grande del Texas.
“Roger, uh, bu…”, poi più niente. Silenzio. Solo una piccola pioggia di luminosissimi meteoriti. Erano state queste le ultime parole. Una frase iniziata e mai finita.
Le previsioni meteo promettevano bel tempo quel 1° febbraio. “Cielo terso sul Kansas”, diceva il giornalista. Le tempeste erano lontane, più che mai quelle elettriche. Quindi cosa era successo?
A quei tempi si parlò di una falla nell’ala, riparata malamente, che si era aperta in fase di atterraggio.
Chissà se Rick Husband e gli altri sono riusciti ad accorgersene, che la navicella si stava distruggendo.

Meno mille millesimi di secondo. Il Capitano e gli altri si saranno preparati all’atterraggio. Avranno pensato che da lì a pochi minuti avrebbero rivisto moglie e figli. Si saranno accese delle spie. Avranno fatto in tempo a rendersi conto di qualcosa che non andava? Chissà se avranno provato a fare qualcosa. Quali saranno stati i loro ultimi pensieri? E quali sarebbero stati i miei, se fossi stato lì? Forse mi sarei ricordato di quel pomeriggio nel parco, a dare da mangiare ai cigni. Quando avevo rubato un uovo di anatra e mi ero sentito in colpa. Di sicuro il comandante Husband non aveva mai rubato un uovo di anatra. Chissà se aveva mai immaginato che quella navicella, il Columbia, “un capolavoro di tecnologia” come l’aveva definito il tizio in tv con i capelli ridicoli, sarebbe diventata la causa della sua morte. Filmata, e vista da milioni di persone.
Meno novecentonovantotto millesimi di secondo. Chissà se anche lui aveva sempre desiderato fare l’astronauta. O se chi diventa astronauta poi, ha sogni diversi da bambino. Magari avrebbe preferito diventare gelataio.
Meno centodue millesimi di secondo. Ok, è finita, avrà pensato, insieme al resto dell’equipaggio. Anche volendo, non avrebbe nemmeno avuto il tempo di mandare un messaggio. Mia mamma ci sarebbe rimasta malissimo se non le avessi fatto almeno una telefonata per dirle qualcosa.
Meno cinquanta millesimi di secondo. Il tempo è finito, è agli sgoccioli. Appena pochi attimi nella pellicola della vita. Chissà se gli ultimi fotogrammi del film sono fatti di memorie antiche oppure no.
Meno otto millesimi di secondo. Il capitano Husband avrà ripensato al suo sogno di bambino. Forse sarebbe stato meglio se fossi diventato gelataio, si sarà ripetuto tra sé e sé.
Meno cinque, meno quattro, meno tre. Buuuum. Il modulo in cui si trovava l’equipaggio fu l’ultimo a distruggersi, il tizio in tv sembrava dovesse scoppiare a piangere mentre dava l’annuncio. Erano da poco passate le tre di pomeriggio. Era il 1° Febbraio. Ci fu una pioggia di piccoli detriti in Texas, quel giorno.
“Maledetti russi”, aveva detto papà mentre spegneva la televisione. Poi aggiunse altre cose, sempre su questi russi che si credono i padroni dello spazio dopo aver messo in orbita quel loro scudo di satelliti.
Infine si era alzato ed era andato di là. Io ero rimasto seduto. Immobile. Sarò stato venti minuti a guardarmi nel piatto. C’erano dei maccheroni con i piselli. Scotti.
Alla fine ero corso fuori, verso il garage. Lì mi aspettava la mia navicella di legno. Ricordo che presi il martello e lo sbattei violentemente sul lato, dove c’era il nome scritto a pennarello. La colpii ancora e ancora. In pochi minuti era distrutta, come il Columbia. Poi avevo preso la bicicletta ed ero andato al parco. Rimasi steso sotto un albero a guardare il cielo, dopo un po’ mi aveva raggiunto Gianluca.
“Holly si allena tirando i rigori. Benji si allena parando i rigori”, era sceso dalla bici e mi era venuto vicino, “facciamo una partita?”
“Non ho voglia adesso, lasciami stare”. Mi aveva guardato per un attimo senza nemmeno sbuffare, e poi se n’era andato. Aveva capito anche lui che non era aria. O forse stava per iniziare una nuova puntata del nipponico duo.

Allora non potevo saperlo, ma quello che successe quel giorno influenzò profondamente il mio futuro. Rimasi almeno un’ora sotto al susino ad osservare il cielo tra i rami nudi. Per un po’ avevo cercato di dare una forma alle nuvole. Un elefante, un cane, una giraffa, un’automobile, una navicella spaziale. Sentivo un nodo in gola, conoscevo bene quella sensazione. Sperai che non fossero mai partiti. Avevano toccato le stelle ma non erano più riusciti a tornare. Husband, McCool e gli altri avevano realizzato il loro sogno, ma non avevano potuto raccontarlo a nessuno. Sarebbe stato meglio se fossero rimasti. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Provai a chiuderli per fermare l’inevitabile. In quel momento qualcosa mi colpì. Con violenza, in fronte. Aprii gli occhi e mi rimisi a sedere. Guardai intorno per capire cosa fosse stato. Poi lo vidi, lì a terra, luccicante, a meno di un metro da me. Era un bullone. Lo raccolsi e lo guardai. Era proprio un bullone. Alzai gli occhi verso il cielo. Da dove arrivava? Dallo spazio, forse? Doveva essere per forza un bullone spaziale.
Era uno di quegli eventi per cui vanno pazzi i bambini, prima che da adulti sacrifichino un’ingente dose di immaginazione a favore di una realtà spesso molto più banale. Lo misi in tasca.
Ancora oggi lo tengo sempre con me. Adesso ho venticinque anni e non ho paura di partire. La prima volta che me ne andai dall’Italia ne avevo venti. Partecipai ad un Erasmus in Spagna, ci rimasi un anno. La seconda volta ero più incattivito. Avevo una laurea in ingegneria in tasca, e la crisi mordeva. Non posso più stare qui, dissi a mio padre, non so come fanno gli altri, ma io non ci sto a farmi insultare ogni giorno da questi che fanno i padroni ma sanno fare un millesimo di quello che so fare io e vogliono pagarmi novecentocinquanta euro al mese. Quella volta restai un anno in Inghilterra. Adesso sono tornato, ma non so ancora per quanto. Non ho mai smesso di sognare, anche se non sono andato sulla Luna, come temeva mio padre. Ancora non so da dove arrivò quel bullone. Ma so che se adesso parto con la mente, poi le vado dietro con tutto il corpo.

Non luoghi_01

Avevo cinque anni, forse sei, magari sette. Non ricordo. Camminavo con quella peccatrice di mia nonna, pochi passi dietro di me. Le prime illusioni di libertà.
Rami di morosi, che metodicamente smembravo mentre lei cantava qualcosa. Voce alta e battuta pronta, mia nonna. Come una fucilata. Più veloce di qualunque cecchino.
In fondo alla strada, la casa del contadino. Era estate e la cappa di caldo così solida che sembrava fatta di cartone.
Piccole anatre, pulcini, cani e maiali. L’aria era piena di tre odori: stalla, sudore e vino. Le auto lontane e il cielo azzurro, come la carta di certe caramelle al latte.
Erano così i pomeriggi d’estate, allora. Di cicale e gelati confezionati. Nessun palazzo, solo campi secchi e polverosi. E tovaglie cerate.
Adesso nessuno le usa più, ma per me sono l’infanzia, mia nonna e i giorni felici senza ombre. Sono la voglia di ascoltare una radiolina transistor o bere una limonata fresca. Sono la casa di quel contadino, dove oggi non vive più nessuno.
Una piccola, microscopica, parte di me è ancora qui. A correre nell’erba alta che mi solletica le cosce, mentre mia nonna mi urla dietro di stare attenta. Come se ci fossero oscuri condotti nel sottosuolo o bocche spalancate pronte a divorarmi. Una parte di me è ancora nella sua borsa, sul fondo. Insieme ai biglietti dell’autobus non timbrati e a quei biscotti che tirava fuori, di tanto in tanto. “Tieni, hai fame”, non una domanda ma un’affermazione. Non ci sono mai stati dubbi, per lei.
Nel frattempo crescevo e man mano che il progetto scritto sulle eliche del DNA si dispiegava, mi rendevo conto che qualcosa delle donne della mia famiglia era arrivato fino a me.
Lei e quell’essere un po’ anarchica. Con le sue coperte che sapevano di borotalco e Nivea. La sua instancabile catena di montaggio di caffettiere sbuffanti, pentole che ribollivano e lavatrici pronte al decollo.
E i bisbigli di tutti quei santi, che a peccare non ci sono mai riusciti. Ma a lei non importava.
C’erano le sue foto a testimoniare che se aveva fatto qualcosa era sempre per troppo amore. Erano tutto quello che era e che le rimaneva.
Chiuse in una scatola di latta, di quelle che si usavano per i biscotti. Lei ogni tanto l’apriva e mi faceva vedere com’era da giovane, o di quanto fosse forte suo padre. Gli altri uomini erano sempre stati una meteora nella sua vita.
Mi faceva ridere mostrandomi le foto di mia madre e i suoi fratelli da piccoli. Indicava volti e snocciolava nomi, accarezzava con quelle sue dite corte i cappotti in bianco e nero, come se realmente potesse toccarne le stoffe. Tirava fuori soprannomi, aneddoti e zii che nessuno aveva mai visto. Scorci di una città che non conoscevo o non riconoscevo, tanto era cambiata.
Lei invece non cambiò, sempre uguale a se stessa. Tenace, come erba selvatica.

Orbite

E’ il primo giorno di nuovi giorni. Dovrò fare a meno di qualche mappa, ma troverò la strada da me. Rinuncerò a qualche certezza, anche. A te e al destino. Che comunque non esiste, maledetta invenzione che giustifica l’accidia.
Bisogna andare via, ad un certo punto. Per non odiare, per non odiarsi. Impacchettare, incartare, proteggere, liberare. Per liberarsi. Buttare, buttarsi. E poi decidere cosa tenere. Mettere via qualcosa, o continuare a guardarla ancora un po’.
Ripenso all’ultima volta che ho segnato con un cerchio una data sul calendario, che ho contato i giorni.
Ieri sera leggevo favole al telefono, per sentirmi ancora un po’ bambina mentre diventavo grande.
Oggi sono uscita dall’orbita, come una stella illumino e fingo di cadere. Ma non cado, resto lì. Nessuna pietà per il passato, quel che è stato è stato. E ora non è più.

Nerissimo.

Credo nel nero. L’oltrecolore che rivela la luce. Il nero, uno scrigno di forme e colori. Nero, o meglio Nerissimo. Come il filo che congiunge Roma e Berlino. O come il tour di Blixa Bargeld e Teho Teardo, che arriva allo Spazio Tondelli di Riccione, in una torrida serata di Giugno.
La loro è una musica gelida e cerebrale, perfetta per una serata dal tasso di umidità del 110%.

Sul palco, oltre ai due, ci sono un clarinetto basso, un violoncello e un quartetto d’archi. Una struttura che fa pensare subito alla musica da camera. Camera oscura, magari.
Il concerto parte con il brano che dà il nome al disco e al tour, Nerissimo. Fin dalle prime note si intuisce che si tratterà di un concerto ricco di suoni e di teatralità. Quest’ultima affidata soprattutto alla presenza scenica di Blixa. Guardarlo lì, scalzo e vestito con panciotto e abito scuro, fa pensare ad un quadro fiammingo. Ma il tedesco non nasconde la sua verve comica, tra una canzone e l’altra. La sua voce accompagna il pubblico in un viaggio onirico di canzoni nuove e meno nuove, cantate in tedesco, inglese e italiano.
The Beast, Mi Scusi, Animelle, Ich Bin Dabei, dedicata alla moglie dell’ex Einstürzende Neubauten, che non ama particolarmente il grigio inverno berlinese, passando per A Quiet Life e dalla cover di The Empty Boat di Caetano Veloso.
Sorprende la capacità di Blixa di riprodurre suoni acuti, quasi ultrasonici, che assomigliano al canto di un gabbiano, e un attimo dopo scendere in cantina, nel sottoscala delle ottave. Una voce oltre i confini del colore. Nerissima, appunto.
Ma Blixa non è da solo sul quel palco, e Teardo è il suo compagno ideale di viaggio. Pizzica la sua chitarra come un basso, dirige gli archi e fa suonare delle piccole campane. Gran parte dell’atmosfera di questo spettacolo, è merito suo. I due comunque sembrano intendersela parecchio.
Il concerto si chiude con due gemme: Soli si muore e Defenestrazioni.

Nerissimo è un ghigno nascosto dal bavero di un cappotto, nella fredda e grigia Berlino. E’ un viaggio in auto che parte dall’Italia per arrivare fino alla capitale tedesca. E’ un superlativo. Qualcosa in più del Nero e che, proprio come il nero contiene tutti i colori, Nerissimo racchiude le mille sfumature dell’arte musicale.

Perché ci hai messo tanto?

Ci sono strade che percorri per anni, senza prestare attenzione ad un dettaglio che sia uno. Giorgio quel giorno lì di inizio gennaio, camminava con le mani in tasca, lungo i muri sbrecciati dei palazzi. Seguiva il vento. Non era in ritardo e non doveva andare in nessun posto. Era uscito per comprare un libro, una mozzarella e una Moretti da 66. Non sapeva che di lì a poco la sua vita sarebbe cambiata.
Da una finestra aperta, in un appartamento in cima al civico 8 di via D’Annunzio, uscivano la note di una canzone di Lucio Dalla. Futura.
“Come sei bella e se è una femmina si chiamerà Futura”. Gli era sempre piaciuta.
Se avesse avuto con sé il telefono si sarebbe segnato il titolo nel blocco note, per ricordarsi di ascoltarla più tardi. E di chiamare sua figlia Futura. Se avesse avuto il telefono. Ma non l’aveva. Probabilmente stava suonando da ore, appoggiato sul tavolo della cucina.
Il suo editore aspettava le prime cinquanta pagine del manoscritto entro la fine del mese. L’ultimo libro aveva venduto bene. Aveva ricevuto anche una nomination al Premio Mondello.
Ma anziché essere felice, Giorgio era di cattivo umore. Tutti adesso si aspettavano un capolavoro in grado di subissare quel piccolo successo. Ma mancavano tre settimane e tutto quello che aveva erano dieci righe su un foglio in .doc e nemmeno un’idea. Troppo poco anche solo per mentire e dire che avrebbe rispettato la consegna. Iniziava a pensare che il suo fosse stato semplicemente un colpo di fortuna. O che il talento, se di talento si poteva parlare, semplicemente fosse destinato ad esaurirsi. E il suo era evaporato come l’ultima goccia di vino in un bicchiere.
Poi qualcosa aveva interrotto la sua digressione. Non avrebbe mai dimenticato quel suo avanzare verso di lui, l’andatura sicura. Aveva incrociato i suoi occhi. Sufficientemente a lungo per notarla ma non abbastanza per desiderarla, ancora.
Aveva una lunga treccia che gli cadeva sulla spalla. Morbida, come il suo sguardo. Con dei piccoli ciuffi di capelli che le uscivano dai lati. Una di quelle donne che passano inosservate, se non fosse per quel cappotto rosso. Sfacciato e candido, insieme.
“Non fermarti voglio ancora baciarti, chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro, qui tutto il mondo sembra fatto di vetro e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio”.
All’improvviso non c’era più niente. Tutto era sparito. Non c’erano più i palazzi del centro, né gli universitari in ritardo. Non c’erano le donne in bicicletta che andavano a fare la spesa. C’erano solo quegli occhi grandi. Vivi. Quelle ciglia separate l’una dall’altra. C’era solo lei, che gli passava di fianco e camminava via da lui. Giorgio si fermò per un attimo e si voltò a guardarla. Se ne andava a passi svelti dalla sua vita. Pensò che non fosse giusto, visto che ci era appena entrata. Ma non fece niente per fermarla. Era un puntino rosso che usciva dal suo campo visivo. Sempre più lontano, finché non girò l’angolo e sparì per sempre. Non l’aveva seguita, era rimasto lì ad aspettare che fosse finalmente troppo tardi. Era stata come una nuvola che copre il sole e poi se ne va veloce. Sai che è passata ma non sai dove se n’è andata.
Il pomeriggio era ormai finito, e sulla strada di casa si accorse di aver trascorso le ultime ore in compagnia di quello sguardo. Si era insinuato nel suo cervello come un coltello caldo nel burro. Avrebbe dovuto seguirla, continuava a ripetersi.

Entrò in casa. Il telefono continuava a suonare da chissà quando. Giorgio si avvicinò e lo spense. Sospirò.
“Almeno se non ti avessi incontrato. Io che sto morendo e tu che mangi un gelato”. Gli venne in mente quella canzone così, come niente. Lucio Dalla continuava ad essere la colonna sonora della sua storia d’amore mancata.
Andò al computer. La casella di posta era piena di email da leggere. Casa editrice, casa editrice, scrittore che lo invitava alla presentazione dell’ultimo capolavoro, newsletter di spettacoli teatrali, casa editrice, Viola, casa editrice. Un attimo…Viola?
Giorgio passò in rassegna tutte le Viola che aveva conosciuto nella sua vita, per individuare quale avrebbe potuto scrivergli un’email. Non avendo conosciuto nessuna con quel nome, fu un’attività che si esaurì in fretta.
Cliccò sulla busta e aprì il messaggio.

Martedì 7 gennaio 2014, ore 18.33.
Non mi era mai capitato di contattare qualcuno che nemmeno conosco dopo aver incrociato il suo sguardo per strada.
Ci siamo visti oggi pomeriggio, in via D’Annunzio. Sono la ragazza con il cappotto rosso.
Ti ho riconosciuto subito. Ho letto il tuo ultimo libro e l’ho trovato bellissimo.
Viola

Giorgio rilesse quelle poche righe almeno tre volte, per essere sicuro che fossero vere e non frutto della sua immaginazione. Pensò che le frasi più belle sono quelle che contengono “non mi era mai capitato di”.

Martedì 7 gennaio 2014, ore 19.52
Gentile Viola, ti ringrazio per i complimenti. Mi ricordo bene di te. Cappotto rosso e lunga treccia. Anche io ti ho riconosciuta subito. Forse ti stavo aspettando da un po’.
Giorgio

Cliccò sul tasto invio. Non rilesse quello che aveva scritto. Non voleva correre il rischio di ripensarci e mancare di audacia.
E se l’avesse spaventata? Probabilmente aveva esagerato. Egoisticamente, non gli importava.
Si adagiò contro lo schienale della poltrona. Viola. Sorrise, non poteva che avere il nome di un fiore.

Per tutto il giorno successivo aveva pensato a lei. E aveva continuato a guardare la posta sperando di ricevere una sua email. E finalmente arrivò.

Mercoledì 8 gennaio 2014, ore 17.08
Volevo rassicurarti che non sono una stalker. Ho chiesto l’email alla tua casa editrice. Non pensavo fosse così facile. Non volevo disturbarti, immagino tu sia molto impegnato con il tuo libro.
Mi ha fatto piacere conoscerti, anche solo in forma epistolare.
Mi accorgo di averti dato del tu. Lo ritieni sconveniente?
Viola

Giovedì 9 gennaio 2014, ore 8.15
Ciao Viola, hai fatto benissimo a darmi del tu. La vita di uno scrittore è molto meno interessante e impegnata di quello che pensi. Soprattutto quando non si sa da dove partire per trovare l’ispirazione. Sono sempre in ritardo cronico e ad un passo da una crisi d’ansia.
Le uniche cose che riesco a scrivere in questo periodo sono email.
Giorgio

Giovedì 9 gennaio 2014, ore 12.28
Ciao Giorgio, io ti immagino come una creatura notturna che misura a grandi passi il perimetro del salotto, a caccia della parola giusta. Sbaglio?
Ah, forse l’ispirazione non dovresti cercarla. Semplicemente arriverà. Come tutto, nella vita.
Avrei dovuto fermarmi l’altro giorno, quando ti ho visto. Ma non volevo pensassi a me come ad un’impicciona.
Viola

Iniziò così una corrispondenza assidua e costante. Lettere su lettere. Se la immaginava ovunque. Con i capelli scompigliati e intirizzita dal freddo mentre si aggirava per le vie della città. Stretta in un maglione di lana e intenta a scrutare il cielo in una giornata che prometteva pioggia. Tutto quello che aveva di lei era un’immagine. Uno sguardo fugace e persistente nella memoria. Viola l’aveva marchiato a fuoco.
Ma quel vivace interesse verso una donna non fu la sola cosa che Giorgio ritrovò. Riprese a scrivere, per la sua gioia e quella dell’editore.

Giovedì 30 gennaio 2014, ore 14.02
Viola, io penso che avrei dovuto invitarti a cena il giorno stesso in cui ti ho vista. Offrirti del vino rosso, come il cappotto che indossavi, e presentarmi come si conviene. Evitare di ricorrere alle email, come se fossimo lontani chilometri e chilometri.

Giovedì 31 gennaio 2014, ore 23.54
Ciao, rompo il consolidato rituale domanda-risposta per dirti che ho iniziato il mio libro. Parla di due persone che si incontrano per caso, un po’ come è successo a noi. Mi sembra buono. Sarà una storia romantica. Credo che dovrò scornarmi con il mio editore e con tutti quelli che vorranno farlo diventare qualcosa di diverso. Dobbiamo festeggiare. Cosa ne dici di quella cena e di quel bicchiere di vino rosso?

Venerdì 1 febbraio 2014, ore 9.44
Sì.

L’appuntamento era di fronte al civico 8 di via D’Annunzio, dove tutto era iniziato.
Se ci doveva essere una continuazione dovevano riprendere dal punto esatto in cui i loro sguardi si erano incrociati. Giorgio era in anticipo. Si sedette su uno dei gradini di fronte all’ingresso del vecchio palazzo. Viola era in ritardo. La vide arrivare da lontano. Merito del cappotto.
Via via che si avvicinava era un puntino rosso che diventava sempre più grande, finché non aveva le sue sembianze. Sentì una lacrima formarsi in un angolo dell’occhio. Forse era il freddo, o forse no. C’era qualcosa di commovente in tutta quella storia. Aveva un presentimento e sperava di non sbagliarsi. Quella donna avrebbe lasciato il segno nella sua vita.
Quando gli fu di fronte, la lacrima gli scivolò giù lungo la guancia. Lei allungò una mano e l’asciugò, come se fosse la cosa più normale del mondo.
“E’ molto che aspetti?”, gli chiese.
“Perché ci hai messo tanto?”

Flânerie.

È così che nascono gli amori. Serate infinite a parlare e a percorrere strade, cercando quella da fare insieme. A camminare. Per poi accorgersi dopo un po’, stupiti, di dove si è arrivati.
Parigi, quei dischi che hai consumato, la cortesia. Francis Ford Coppola. Il vino bianco. Anche se io preferisco il rosso, da sempre. La Nouvelle Vague, Nietzsche, le fragole fuori stagione e il carbonio 14. I pregiudizi, gli scampi e le risate. La mia giacca in macchina, il campanilismo. I gatti e i vecchi proiettori.
Se non ti annoi a camminare con qualcuno, qualcosa dovrà pur significare. Che sia sui ciottoli squassati del centro, o su un sentiero di montagna. Su una spiaggia, dopo che ha piovuto o per le strade di una città che non conosco.
Io sono una flâneuse. Non corro, cammino. E della meta non mi importa. Cambio strada, spesso e inaspettatamente. Corteggio le deviazioni. Voglio perdermi prima di arrivare al dunque. Mi distraggo e mi emoziono.
Non mi interessa chi mi strattona. I nevrotici, che vogliono stare sempre un metro davanti a me. Chi si ferma e trascina i piedi. Chi non fa un passo senza lamentarsi.
Mi interessa chi mi prende per mano. Chi si appoggia e mi sorregge quando sono stanca. Chi mi ama come può, come gli viene, con le labbra salate e gli occhi distratti dal paesaggio.
E intanto, dopo tutto questo camminare, mi accorgo di essere diventata grande, piano piano. Sono arrivata qui, un passo alla volta, attraversando giorni di conquiste e di abbandoni. Sono arrivata qui e ho cercato di essere bellissima, indifferente e cinica. E, sempre qui, ho rinunciato ad essere bellissima, indifferente e cinica.
Sono ancora malinconica e felice, a volte. E ci credo ancora. Ci credo ancora ai giorni nuovi, al cielo in una stanza e ai cieli sopra le stanze, alla libertà dell’individuo. Ai perdoni, a chi prova a sistemarti il cuore. A chi continuerà a preparare la cena, anche se ci sarà sempre qualcuno che la mangerà senza domandarsi chi l’abbia fatta. A chi non sa fare le previsioni del tempo. Agli amori da romanzo e a quelli silenziosi. A chi parla sottovoce. A chi non c’è bisogno di spiegare niente. Ai senza dio, che poi scopri che hanno più fede degli altri. A chi continua a risorgere, tutti i giorni. Perché si può. Perché si deve. Anche se Pasqua è passata da un po’. Amen.