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Massive Attack a Milano.

Letto489volte

San Valentino e finale di Sanremo in un colpo solo. Qualcosa che potrebbe gettare nello sconforto chiunque, anche il più ottimista dei benpensanti. Per fortuna una via di fuga si trova sempre. E questa volta è a Milano. E i traghettatori che mi porteranno lontana dall’italianità media sono i Massive Attack.
Il 2016 è iniziato da poco, e loro hanno infilato tre date, già sold out da mesi. Come sanno bene anche i bagarini all’esterno del locale. Comprobigliettiragazzicomprobiglietti.
Milano stasera mi sembra meno grigia del solito, e più nera. Sarà merito dei cappotti da sicari che marciano in questa fredda sera di febbraio, in piena periferia meneghina. Un po’ borghese e un po’, orgogliosamente, proletaria.
E dove poteva essere il Fabrique se non qui? Post industriale quanto serve, grande quanto basta per non farti perdere quel senso di intimità fumosa necessario per uno spettacolo come questo. E nero. Come la notte. Lucido, come le strade di Milano.
Quando inizia il gruppo spalla il locale è già stracolmo di gente fino alle retrovie. E l’audio è perfetto. Perfetto anche per gustarsi questi Young Fathers, cattivi e arrabbiati come pochi. Decisamente una bella scoperta.
Infine arrivano loro, i Massive Attack. Piuttosto tiepidi sul palco, lasciano che sia la musica a fare da protagonista. E infatti, dopo poco, il pubblico si scioglie definitivamente. Merito sicuramente della voce calda di Martina Topley-Bird, di Daddy G, Robert Del Naja, Horace Andy e tutta la band.
Dietro di loro uno schermo a led, ideato dall’artista Icarus Wilson-Wright col collettivo UVA (United Visual Artist), sul quale scorrono messaggi di denuncia sui temi più caldi dell’attualità. Dai no tav, alle trivelle, ai rifugiati politici, ai profughi siriani, alla “cattiva tecnologia”, a Cucchi e il Family Day, e via via, con tutte le ingiustizie del mondo.
I Massive Attack sono profondamente allacciati alla realtà, al mondo e a quello che succede. E lo dimostra anche la raccolta fondi per sostenere i rifugiati, a favore della UNHCR, The UN Refugee Agency, promossa dal gruppo, più volte, durante la serata.
La scaletta è da brividi. E i pezzi ci sono più o meno tutti, con qualche assenza che si fa però sentire.
Si va dai super classici Girl I Love You, Angel, Teardrop, passando per la nuova Ritual Spirit, e poi Paradise Circus, fino al grande finale con Unfinished Sympathy.
Non canzoni, ma colonne sonore di momenti di vita. Un live fatto di chiaroscuri. Dolcezza e rabbia, suoni eterei ed esplosioni violente, seta e polvere.

A questo punto che altro dire, se non “grazie”?

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