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Marco Pesaresi.

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Sono state giornate di assenza, di abbandono e di amore per la Romagna, le ultime. Di sapori passati. Di liscio, anzi di Extraliscio, di parole e di silenzi. Di guida solitaria attraverso la campagna, verde di pioggia. Di struggimenti. Strane coincidenze, a volte. Le stesse che ci portano ad innamorarci. Di una persona, di un luogo o di un’attività. Spesso, a chi ci chiede il motivo, non riusciamo a dire altro se non “è successo”.

“Ho deciso di fare il fotografo, non lo so neanche io perché. Mi sono trovato la fotografia addosso” dice Marco Pesaresi in un’intervista. E guardando i suoi lavori c’è da chiedersi che cosa avrebbe potuto fare, altrimenti.
Aveva un dono: vedere la poesia nascosta in un istante, in un gesto. Non cercava immagini crude, ed era dotato di una caratteristica sempre più rara: l’indulgenza. C’è tenerezza, poesia nelle sue foto. Come se li accarezzasse, i soggetti. E viene quasi da immaginarselo, avvicinarsi con quel sorriso storto e aperto, e la macchina fotografica in mano. Ne aveva scelta una che non disturbasse le persone, una Minox. Che gli permettesse di essere libero, leggero, agile. Di non sentirsi un fotografo.
Dopo aver viaggiato il mondo, fin dentro le viscere, il suo ultimo battito d’ali è dedicato alla città che amava più di tutte le altre: Rimini. Da una parte ci sono gli anziani, i romagnoli e tutta la poesia del mare d’inverno, dall’altra la libertà, la trasgressione, e l’esagerato erotismo del mondo della notte.
E se in Underground aveva privilegiato il colore, per non perdere nemmeno una sfumatura della pelle delle persone che affollavano le metropolitane di Londra, Parigi e delle altre grandi città, Rimini è in bianco e nero.
“A Rimini la nostalgia si fa più limpida”, diceva Fellini. E Marco era lì, pronto ad immortalarla.
La sua vita è stata intensa, folgorante. Come un fuoco d’artificio che per un attimo ha abbagliato il cielo, in una di quelle notti d’estate in Romagna. Lo stesso è stato per la sua morte. Un suicidio, tragico e spettacolare. A trentasette anni aveva deciso che bastava così. E con la sua auto si è buttato nel porto canale.

“Più soffro, più mi affanno nella ricerca della poesia, più sento che dentro di me vivo situazioni difficili – cose che purtroppo nella mia vita continuamente incontro – più il mio sguardo si addolcisce. Più cerca la serenità e l’armonia delle immagini. E qualche volta la trova”.

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