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novembre: 2017
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Scappo dalla confusione e mi rifugio quassù. Un quassù senza nome, perché voglio che, almeno oggi, rimanga solo mio. Mi guardo riflessa nel finestrino di un’auto parcheggiata: ho l’aria arrendevole per finta e il passo incerto, mentre salgo. Oggi la fretta non è contemplata.
Stanca, la sera cala, come un sipario. Sono le diciannove e trentadue, e io mi sento piccolissima di fronte a tutti questi campi, tutti questi tetti e tutto questo sole, che sono la mia città. Piccolissima, nonostante il mio metro e settantatré. La sera cala, dicevo, ed è l’ora in cui i miei occhi sono più verdi del solito. E la pelle diventa magnolia.
Forse, per la prima volta, sento l’estate. E’ Ferragosto, con le televisioni che escono dalle finestre, i rumori delle posate, le risate. E io vorrei essere altrove. Magari sott’acqua a sentire il mio respiro dall’interno. Con un panino che mi aspetta, nella borsa del mare. Nella Fiat Uno di mio padre, con mia madre che indossa un vestito a fiori. O sotto un’ombrellone piantato nella sabbia, con i capelli bagnati e tu che mi dormi addosso.
Cerco un po’ di quiete seduta su questo muretto, che non potete vedere, e mi appunto qualcosa sul quaderno. Quanto sono inutili le parole. E necessarie.
Sfoglio le pagine, qualche mese fa scrivevo che solo alla Natura dovrebbe essere permesso di governarci. Così, ho fatto a meno della mia smania di averti vicino, che ti tiene lontano. Ma non credo di esserci tanto riuscita. E continuo a coltivare quell’idea, di darsi senza se e senza però.
Penso che si sia molto affini, io e te. Molto diversi, molto strambi, molto selvatici. E molto vulnerabili. Trasmissioni dense, anche senza contatto di mucose.
Però ripenso anche, con un po’ di nostalgia, a quando l’amore era il testo, e non il sottotesto. Per aver ricordi tanti, e rimpianti nessuno. E a quegli anni che sembrano non aver nemmeno mai visto l’inverno. Solo lunghe giornate di Ferragosto, come questa. Solitarie e assolate.

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