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Manhattan.

Letto461volte

“Adorava New York. La idolatrava smisuratamente. No, è meglio ‘la mitizzava smisuratamente’, ecco. ‘Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin”.
Così inizia il film di Woody Allen. O, forse, sarebbe meglio dire la grandiosa dichiarazione che il più europeo dei registi americani rivolge alla sua città.
Per me, Manhattan è un film da staccare il telefono. Da divano, coperta di lana e bicchiere di vino rosso. Magari mentre fuori piove.
Woody Allen, in uno stato di grazia, dipinge una New York viva e nevrotica. Storie, persone e psicosi si intrecciano, durante lunghe passeggiate che finiscono all’alba, in bar che non spengono mai le luci, mostre di arte moderna e in pomeriggi di pioggia al parco.
Manhattan è viva e caotica, dicevamo, ma mai quanto le persone. Tutti i personaggi del film sono complessi, insicuri, nervosi, isterici. Perdono ore ad analizzare e psicanalizzare le proprie vite, razionalizzando ogni cosa, e abusando del termine “genio”.
Il cervello è l’organo più sopravvalutato di tutti, ci dice Allen. E forse è vero. Sarebbe meglio affidarsi più all’istinto. Al cuore, magari. Anche se l’unica a farlo sembra essere la giovane Tracy, la fidanzata diciassettenne di Woody Allen. Forse l’unica adulta fra tanti bambini troppo cresciuti.
Quelle presentate in Manhattan sono relazioni superficiali, non hanno profondità, né importanza. Ci si sposa ma non si fanno figli, perché si è troppo egoisti. Non c’è tempo per aspettare l’altro, il mondo va troppo di fretta.
Una visione un po’ cinica, dite? No, forse no. Devi imparare ad avere fiducia nella gente, ci sussurra Tracy alla fine del film.
Fine terzo atto, luci in sala. Questa è la storia migliore che abbiamo saputo inventarci. E ora tutti a letto, magari più felici. Forse più sereni, perché ci sono ancora delle cose per le quali nonostante tutto, valga la pena vivere.
Per il vecchio Groucho Marx“, secondo Woody Allen, “e Joe di Maggio, il secondo movimento della sinfonia Juppiter, Louis Armstrong… il suo Potato blues, naturalmente i film svedesi. L’educazione sentimentale di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra. Quelle incredibili mele e pere dipinte da Cézanne. I granchi da Sam Wu. Il viso di Tracy“.
Io ci metterei anche la carbonara, le foto in bianco e nero di Brassai, il profumo della crema doposole, un cornetto caldo alle quattro di notte, i musicisti che suonano per strada, scegliere un libro in libreria, Roma all’alba, un concerto dei Pearl Jam, un bicchiere di vino rosso, le chiacchiere fino al mattino e tutte quelle cazzate che mi sarei potuta risparmiare, ma che mi hanno fatto sentire terribilmente viva.
E le vostre, quali sono?

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