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Maggie's Plan

Letto194volte

Maggie ha trent’anni e un piano: fare un figlio da sola, con l’aiuto di un ex compagno di liceo, che ama la matematica e produce cetriolini in vasetto. Solo che le cose non vanno mai come ci si aspetta, e Maggie finisce per farlo comunque questo bambino, ma con un uomo. L’antropologo John, interpretato da Ethan Hawke.

Greta Gerwig, ovvero Maggie, la musa indie degli ultimi anni, è un’attrice delicata. Sorriso spontaneo e spalle solide. Perfetta per il personaggio di Maggie, una giovane donna insicura, maniaca del controllo. Che ha bisogno di decidere da sola, di sapere esattamente cosa accadrà nella sua vita, per poter finalmente diventare “una persona vera” senza aiuti esterni.
Il risvolto della medaglia di questo desiderio di indipendenza è una certa solitudine, che diventa sempre più acuta quando si innamora di un uomo egoista, insicuro almeno quanto lei, e sposato con un’altra donna.
Sta cercando di diventare grande, Maggie. Ma sa badare a se stessa. Non hai mai problemi tu, le dice John.
Come un cactus, che non ha mai bisogno di acqua, risponde, non senza un po’ di amarezza. Ed è proprio per questo, forse, che identificarsi in lei è così facile.

Anche in questo film Greta Gerwig rimane a New York, passando da Brooklyn, dove era ambientato l’adorabile Francis Ha, a Greenwich Village, dove la sua Maggie cerca di lasciare l’adolescenza per diventare adulta, pianificando la propria vita e quella di chi gli sta intorno.

La regista, Rebecca Miller figlia del più celebre Arthur, prende in giro il mondo intellettuale in cui, presumibilmente, è cresciuta. Ma lo fa senza cinismo. Sfila maschere e mischia continuamente le carte. La vittima non lo è mai totalmente. E il carnefice è sempre pronto a passare dall’altro lato della barricata. Inutile prendersi troppo sul serio o incasellare la vita in schemi troppo rigidi.

Per chi ama le definizioni, Maggie’s Plan è una commedia romantica alla Woody Allen, quando ancora Woody Allen faceva bei film. Anche qui borghesi e intellettuali inquieti sono mossi da sentimenti intermittenti. Si innamorano e disamorano, si scambiano ruoli e sensi di colpa. Come nel gioco della sedia, dove chi vince non è chi rimane seduto per ultimo, ma chi impara ad accettare quello che la vita regala senza farsi troppe domande.

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