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Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

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Ho un debole per i film anticonformisti o paradossali. Quelli di cui ho parlato finora sono surreali, a volte lontani dalla realtà. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto invece è qualcosa di diverso. E’ legato ad un periodo storico, quella italiano degli anni Settanta, e allo stesso tempo abbraccia un tema universale, come il potere. Ma il vero motivo che mi ha convinta a scriverne è la capacità immaginifica di un regista come Petri. Oltre al fatto che si tratta di un consiglio. E ogni volta che qualcuno consiglia un film, un libro, una canzone, è come prendere una piccola parte di quella persona e farla tua.

Il film inizia con un assassinio. La prima scena vede il Commissario, interpretato da un magistrale Gian Maria Volontè, uccidere la sua bellissima amante. Lo fa con calma terribile, poi si lava, si veste e anziché cancellare le tracce del delitto lascia indizi della sua presenza nell’appartamento.
Lo spettatore si trova spiazzato. Ma, come dicevo, è un film sull’affermazione del potere. Il Commissario è un cittadino al di sopra di ogni sospetto grazie al ruolo che occupa. Così fa di tutto per farsi scoprire, per dimostrare la propria insospettabilità.
Petri anche in questo film, come ne L’Assassino, fa un abbondante uso del flashback per svelarci qualcosa in più sul rapporto tra il protagonista e l’amante. La loro è una relazione complicata, basata su giochi di forza. L’uomo non vuole che la sua potenza venga messa in discussione, così quando la donna lo accusa di essere infantile, un bambino, mette in pratica una brutale affermazione d’autorità. E lo fa attraverso l’unico mezzo a sua disposizione: il ruolo sociale. L’omicidio non è compiuto dall’uomo, quanto dal poliziotto. Dal rappresentante della legge. La ricerca della confessione del colpevole, cioè la sua, è ossessiva.
La parabola narrativa sembra subire una flessione durante l’interrogatorio di Pace, il vicino di casa della vittima, nonché suo amante. Qui c’è un’involuzione, è la scena chiave del film. I ruoli si ribaltano e chi interroga confessa. L’accusato diventa accusatore. Il Commissario implora Pace di denunciarlo, ma lui rifiuta. Ha perso, ancora una volta non detiene il potere. Non c’è più nessuna linea di demarcazione tra bene e male. Tutto è fuori controllo.

La macchina da presa è soffocante e ossessiva. Diventa inquisitoria quando stringe il campo visivo sulla bocca del Commissario. Il personaggio interpretato da Volontè è multiforme, quasi schizofrenico. A volte borioso e intimidatorio, durante l’esercizio del potere, poi bambino piagnucolante.

Alla fine del film, ci rimane solo un interrogativo: il Commissario verrà punito?
La risposta è nella citazione di Kafka: “Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano”.

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