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Ho paura torero.

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La Fata è una sartina, vanesia e frivola, ma anche un travestito. Tutto scorre tranquillo tra un ricamo e l’altro, finché la sua vita cambia, il giorno in cui incontra Carlos. Un universitario educato, rivoluzionario e con gentilezze da principe, in cerca di un posto per le sue riunioni clandestine. La Fata gli offre la propria soffitta e si lascierà usare in nome del suo amore per lui.
Proprio lei, nonostante porti sul corpo e nell’anima i segni di una vita traboccante di dolore, ha conservato la testa da uccellina ossigenata.
Inizia così “Ho paura torero”. Un romanzo romantico e malinconico, pieno di passione e di libertà. Per anni, prima di essere pubblicate, erano solo pagine nascoste tra ventagli, calze di pizzo e cosmetici.
Una storia di guerriglia e di amore, che poi forse non sono così diversi. Entrambi nascono dallo stesso germoglio, quello della rabbia. Quella tra la Fata e Carlos è una storia che non esiste, ma ha a che fare con quel bisogno di essere meno soli nella solitudine.
Lemebel è dalla parte dei dimenticati, dei perdenti, degli emarginati, di chi è nato nel fango.
La sua scrittura è rossa, come il sangue. Violenta, feroce. Barocca, come la personalità della Fata. E di Lemebel stesso. Pur essendo uno degli scrittori più amati del Cile, non avrebbe mai accettato l’elemosina dei diritti civili che la società borghese cercava di offrigli, diceva. Non si è mai fatto addomesticare. Decise di essere così, “così rossa, così frocia, così piena di risentimento”. Anche quando, negli ultimi anni della sua vita un tumore alla laringe gli rubò la voce non si costrinse mai al silenzio.

“Lei principessa riesce a costruire un regno dal nulla. Bisogna vivere con dignità, signor autista”.

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