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Fante di denari.

Letto733volte

Per terra c’erano già tre scatoloni pieni di libri e probabilmente ce ne sarebbero stati altrettanti entro sera. Mancavano ancora gli ultimi due piani della libreria da svuotare. Erika prese la vecchia sedia di legno e la trascinò, senza sollevarla, fin sotto al mobile. Salì con entrambi i piedi sulla seduta di stoffa, alzandosi sulle punte, e allungò il braccio verso il ripiano più alto. L’indice sfiorò la costa del libro. Era un volume dell’enciclopedia sugli animali. Era lì da anni e non era mai stato spostato. Sembrava essere diventato un tutt’uno con il legno. “Ci siamo quasi” pensò Erika tra sé e sé. Quell’operazione si stava rivelando più complicata del previsto. Finalmente lo sentì muoversi. Era riuscita a spostare di qualche centimetro quel volume ostinato. La lingua tra i denti, mancava solo l’ultimo sforzo. Lo prese con due dita e lo sfilò dalla sua posizione. Il libro però era più pesante del previsto ed Erika non riuscì a tenerlo, così il volume finì per terra, aprendosi. Dalle pagine ingiallite uscì qualcosa. Scese dalla sedia e si inginocchiò. Era una vecchia carta da gioco. La raccolse e la girò. Il fante di denari. La tenne per qualche secondo fra le dita. Sorrise. Si ricordava quella carta, nonostante fossero passati almeno vent’anni.
Odiava rimanere a scuola il pomeriggio. Le giornate erano corte e il tempo per giocare troppo poco. Erika aveva rientro pomeridiano due volte a settimana. Di solito, ad aspettarla fuori dal cancello della scuola, c’era la nonna. In piedi, con i grandi occhiali da vista e la borsa di pelle nera, lucida, stretta tra le mani. Ma quel pomeriggio no. Quando Erika uscì vide sua madre. Era in bicicletta. La notò da lontano. Era nello stesso punto in cui si metteva anche la nonna. Vicino all’enorme vaso di fiori. Era aprile e le primule erano già sbocciate sotto i primi tiepidi raggi di sole. La mamma indossava uno dei suoi vestiti a fiori, rosa e grigio e il maglione nero. Era proprio bella, pensò Erika. “Mamma, sei venuta tu a prendermi? Non lavori oggi?” le urlò mentre le correva incontro.
“Oggi pomeriggio no, sono uscita prima. Ho chiesto qualche ora di permesso” le disse, mentre le sistemava un ciuffo di capelli sotto alla spilla che avrebbe dovuto tenerli fermi. “Ho chiamato la nonna, le ho detto che ti sarei venuta a prendere io. Sei contenta?” le chiese. Erika aveva annuito decisa, il suo sorriso era la risposta più eloquente che potesse darle.
“A bordo, allora!” le disse alzandosi in piedi, per sorreggere la bicicletta. Erika salì sul sedile posteriore e, una volta che si fu accomodata, le strinse forte le braccia attorno alla vita. Quello era il segnale che si poteva partire. La mamma iniziò a pedalare. Dopo solo qualche metro, la bambina iniziò a cantare.
“Mi vuoi proprio far vergognare oggi, eh?” le disse sua madre. Ma si sentiva che stava sorridendo, così continuò.
Percorsero in bicicletta tutto il centro storico. Erika si lamentava ad ogni sampietrino, mentre sua madre faceva attenzione ad evitare le buche e i pedoni disattenti, quindi si infilò nel parco. Passarono in mezzo ad un gruppo di piccioni che mangiavano pezzi di pane troppo grossi per essere sollevati. Quando la bicicletta gli passò vicino si alzarono tutti insieme. Erika urlò, divertita. Le piaceva andare al parco, specie quando gli anziani davano da mangiare ai piccioni e questi si radunavano tutti attorno ai loro piedi. Li guardava da lontano. Lo faceva anche sua nonna, a volte. Prima di uscire di casa prendeva qualche pezzo di pane secco, lo sbriciolava e lo metteva in una busta di carta. Poi, una volta arrivata al parco, apriva il sacchetto e lo gettava ai piccioni. Sembrava che i piccioni piacessero solo agli anziani e ai bambini. Erano gli unici che si divertivano con loro.
Erika teneva la guancia appoggiata alla schiena della madre, mentre guardava le margherite. Le sarebbe piaciuto fermarsi a raccoglierle, ma in fondo stava bene anche lì. Ad annusare il profumo della mamma.
Soffiava un vento caldo quel pomeriggio. Erano le prime giornate in cui sentiva l’arrivo della primavera. Le prime in cui si poteva uscire senza cappotto. Il cielo però non era terso, ma grigio e pesante. Sembrava un coperchio. Di quelli che mamma metteva sulle pentole, per cuocere le verdure. L’aria era umida e faceva sentire la pelle appiccicosa. Annunciava pioggia. Glielo aveva insegnato la nonna. Era colpa del garbino. Un vento misterioso che, a quanto diceva lei, influenzava l’umore della gente. Se Erika faceva più capricci del solito, era colpa del garbino. Se le ossa della nonna facevano male, era colpa del garbino. Un attimo sole, dopo un secondo pioggia. La nonna non sbagliava mai. Anche quel giorno lì, infatti, l’acqua cominciò a cadere dal cielo. Gocce grosse, di quelle che fanno presto ad inzupparti i vestiti.
“Scendi, ci fermeremo in quel bar finché non smetterà” disse sua madre, fermando la bicicletta.
Camminava a passo svelto mentre le gocce cadevano sempre più copiose. Erika rimase indietro. Sua madre si voltò e la guardò. La testa rivolta verso il cielo e gli occhi chiusi. Le braccia abbandonate lungo i fianchi. La pioggia cadeva direttamente nella sua bocca aperta. Il grembiule rosa era già bagnato e le aderiva al corpo come pellicola. La mamma la prese per la mano e la tirò verso il bar, ma lei non l’ascoltava. Cercava di far scivolare via le piccole dita dalla stretta della donna. Voleva rimanere lì.
“Ti bagnerai tutta”, ma lei già non la sentiva più. I capelli castani della bambina le incorniciavano la fronte, formando dei piccoli arabeschi. Le spille colorate con le piccole coccinelle, che sua madre le aveva messo quella mattina prima di andare a scuola per fermare i ciuffi più ribelli, non servivano più a niente.
“E buona”, le disse sorridendo. La mamma guardò il cielo e sorrise a sua volta.
“Basta adesso, non ti va una bella cioccolata calda?” sicura che sarebbe riuscita a convincerla a venire via da lì. E così fu. Ripresero a camminare insieme. Erika saltellando sotto la pioggia mentre sua madre portava la bicicletta a mano. Appena entrate nel bar, l’odore di burro e di creme riempì le loro narici. La mamma andò a sedersi, mentre Erika corse davanti alla vetrina dei dolci. Muffin, ciambelle, biscotti, fette di torta. E’ il paradiso, pensò.
“Che cosa ti va, piccola? Ti piace la torta alla cioccolata?” le disse la signora del bar, indicando con la paletta un rettangolo scuro e spesso, come un mattone.
“No” rispose decisa la bambina. “Voglio questo qui” disse, indicando col dito, attraverso la vetrina, un piccolo funghetto ricoperto di zucchero che le sembrava morbidissimo.
“Ottima scelta! Un muffin yogurt e albicocca. Te lo porto al tavolo, tu vai a sederti” le sorrise.
Ad Erika quella signora sembrava enorme. Forse perché era fasciata in un grembiule troppo stretto per contenerla tutta. Ma era simpatica, pensò mentre la guardava sorridere dietro al rossetto rosso. Era della stessa tonalità dei capelli e delle unghie.
“Guarda qua, siamo tutte bagnate. Maledetto temporale!” sua madre l’aiutò a togliersi il grembiule rosa e lo appoggiò su una sedia lì vicino, dove aveva già sistemato ad asciugare il suo maglione. Anche i capelli della mamma erano bagnati.
“Speriamo di non prenderci un raffreddore” le disse, avvicinando il viso al suo e facendo una delle sue facce buffe.
“Ecco qui il tuo muffin, bella. Vi porto qualcos’altro?” la signora del bar aveva appoggiato il dolce sul tavolo.
“Si, grazie. Due cioccolate calde” aveva risposto sua madre.
Erika la guardò. Oggi le sembrava ancora più bella. Era più giovane delle mamme delle sue amiche. Le piaceva quando le altre bambine glielo facevano notare. Ma le piaceva ancora di più quando le dicevano che si assomigliavano. Sperava di diventare come lei, un giorno. In effetti sembrava già la sua miniatura. Avevano gli stessi occhi verdi e lo stesso fisico, magro e slanciato. Anche alla mamma faceva piacere quando qualche signora le diceva che erano due gocce d’acqua.
Papà e mamma facevano a gara, per chi assomigliasse di più ad Erika.
“Il colore degli occhi e dei capelli sono i miei” diceva sua madre.
“Si, ma il naso è quello della mia famiglia, vedi” rispondeva suo padre, sfiorando con il dito la linea dritta del profilo. Sia lui, che suo fratello avevano quel naso. L’avevano ereditato dal padre. “Poi vedi, ha anche le fossette qui, proprio come me” aggiungeva, facendo una smorfia che metteva ancora più in evidenza quei due piccoli incavi sulle guance. Poi entrambi si mettevano a ridere. Erika si vergognava un po’ quando iniziavano a scambiarsi smancerie. A volte però non poteva fare a meno di lasciarsi coinvolgere. Andavano da lei, non importava che stesse facendo i compiti oppure stesse giocando, e le chiedevano a chi dei due assomigliasse di più.
“A nessuno dei due!” rispondeva, stizzita.
“Ecco, vedi. In questo caso assomiglia più a te” diceva suo padre, scoppiando a ridere “Erika, sei simpatica come tua madre”. Poi se ne andava, rincorso dalla mamma, intenzionata a fargliela pagare. E finivano sul divano a farsi il solletico e ad abbracciarsi. Erika a volte li seguiva e si buttava addosso a loro, altre volte invece rimaneva in camera e tendeva l’orecchio per sentire cosa facevano. Li sentiva ridere e sorrideva anche lei, chiedendosi se anche i genitori degli altri bambini facessero così.
La signora del bar aveva appoggiato la tazza di cioccolata fumante sul tavolino. Erika aveva già mangiato metà muffin, lasciando il resto per quando fosse arrivata la cioccolata.
Mamma intanto aveva tirato fuori il suo solito quadernino con la copertina viola. Quello su cui ogni tanto si fermava a scrivere qualche appunto. Lo portava sempre con se, nella borsa. Insieme ad una penna nera. Come diceva lei, non voleva correre il rischio di perdersi un pensiero o lasciarsi sfuggire un’idea. Nella borsa della mamma non mancava mai un pacchetto di fazzoletti, il quadernino viola e un libro. Quest’ultimo cambiava spesso. L’abitudine del pacchetto di fazzoletti invece gliel’aveva insegnata nonna.
“Hai preso i fazzoletti?” questa era l’ultima cosa che chiedeva a chiunque uscisse di casa. Che fosse lei, la mamma, il papà o qualcuna delle sue amiche. Se la risposta era no, ci pensava lei. In casa della nonna i fazzoletti di carta non mancavano mai. Era una di quelle abitudini dei nonni, pensava Erika. Come se un fazzoletto di carta potesse salvare qualsiasi situazione. Il quadernino viola invece gliel’aveva regalato papà. Sua madre le aveva raccontato che era stato uno dei suoi primi regali. E da allora, ogni volta che ne finiva uno, era lui a ricomprarglieli. Sapeva che a mamma piaceva scrivere e a lui piaceva leggere i suoi racconti. Ancora di più però, gli piaceva ascoltarli. La mamma aveva sempre tante storie. A volte passava da una all’altra seguendo un immaginario filo logico che conosceva solo lei. Magari stavano cucinando e lei ad un certo punto del racconto si fermava improvvisamente. “A proposito, una cosa che non c’entra niente” diceva così, poi scoppiava a ridere e passava ad un’altra storia. Nella sua testa c’erano parentesi tonde, quadre e graffe che si aprivano e si chiudevano continuamente. Sembrava avesse paura che quello che volesse dire gli volasse via dalla testa. Come gli uccellini quando si lascia aperto lo sportellino della gabbia. Papà l’ascoltava in silenzio. Tutto di lui sorrideva, bocca, occhi. Se fosse stato possibile, avrebbe sorriso anche il naso. Papà era più silenzioso. A volte, lui e la mamma non si dicevano una parola. Non ne avevano bisogno. Era un silenzio nuovo. Pieno. Come se avesse a che fare con tutte le cose di questo mondo.

La mamma guardava Erika bere la sua cioccolata, il suo sguardo era morbido come una carezza. Poi, di tanto in tanto sorseggiava la sua. Bevevano e si sorridevano con gli occhi. Quando Erika appoggiò la tazza aveva un baffo di cioccolata sul labbro, sua madre lo notò ma non gli disse niente. Era il bello di essere bambini. Si poteva tranquillamente andare in giro con un baffo di cioccolato e nessuno se ne preoccupava.
“Guarda, posso?” chiese Erika indicando un mazzo di carte da gioco appoggiate sul tavolo a fianco. Come al solito non aveva aspettato la risposta e si era già alzata per prenderle. Quando tornò a sedersi le sparse sul tavolo. Intanto sua madre guardava fuori. Pioveva ancora e non sembrava intenzionato a smettere. Erika non sapeva fare nessun gioco di carte e nemmeno sua madre. La nonna ci giocava spesso invece, ma nessuna delle due aveva mai voluto imparare.
Erika ricordava ancora, in quelle calde serate estive, quando nonna trascorreva ore a giocare a carte con le sue amiche. Soprattutto si ricordava quando la portava a casa di sua sorella, Irma che abitava in campagna. Anche la nonna quando era giovane abitava lì. Era un’enorme casa con una corte interna. Poi quando aveva conosciuto il nonno si era spostata in città. Ogni tanto però le piaceva tornare. Irma era la sorella della nonna, ma tutti in famiglia la conoscevano come Zia Irma. Lei e la nonna si assomigliavano tantissimo. Stessa altezza, stessa corporatura robusta. Nonna però aveva un viso più dolce e una pelle più morbida. Profumava sempre di crema. Una crema che sapeva di buono, di colazione. Burro, orzo e malto. Erika non avrebbe saputo dirlo con certezza. Quando le dava un bacio le lasciava sulle labbra un sapore che assomigliava a quello che le rimaneva sulla bocca al mattino, dopo aver mangiato i biscotti inzuppati nel caffellatte.
In estate Erika accompagnava spesso sua nonna in campagna. Almeno una volta a settimana. Lei giocava con le nipoti della Zia Irma, che avevano più o meno la sua età, mentre nonna chiacchierava e giocava a carte. Era uno dei suoi passatempi preferiti. A volte si giocavano anche qualche soldo. Pochi, però. Poi quando raggiungevano una cifra ragguardevole andavano a pranzo insieme, in qualche ristorante. Di solito ci volevano mesi. Credo lo facessero per avere sempre un’occasione di vedersi.
“Mi devi la rivincita” le diceva nonna quando le telefonava. Il nonno non c’era già più e nonostante la nonna avesse tante amiche in città, tornava sempre volentieri in campagna. Forse le faceva tornare alla mente com’era, quando era giovane. A volte, per andare a trovarla, prendevano l’autobus. Il tragitto era lungo, ma Erika si divertiva. Le sembrava di partire per un lungo viaggio. Partivano la mattina presto e tornavano a sera. Altre volte invece andavano con la macchina della nonna. Una vecchia Seicento bianca. A nonna però non piaceva tanto guidare quindi accadeva raramente. Per questo era ancora più bello, farlo. Nonna aveva arredato l’interno della sua Seicento come se fosse un divano. Sui sedili posteriori c’erano un paio di cuscini e una coperta di lana. Erika ogni volta che ci saliva, se la stendeva sulle gambe e fingeva di essere in una carrozza. Si immaginava come una di quelle principesse che alla fine delle favole entravano con il loro Principe Azzurro nei cocchi trainati dai cavalli bianchi.
Quando volevano giocare a carte, la nonna e la Zia Irma si sedevano in un piccolo tavolino di vimini, nella corte interna. Di solito accadeva nel tardo pomeriggio, quando il sole aveva smesso di picchiare, oppure subito dopo cena. Il tavolo era poco lontano dall’entrata che dava sulla cucina. Per far luce usavano una lanterna da giardino che penzolava con una catena dal tetto del portico. Le falene erano attirate dalla luce e continuavano a sbatterci contro, finché non cadevano sul pavimento, cieche.
La nonna e la zia Irma parlavano ad alta voce. Erika giocava poco lontano, a volta da sola, a volte in compagnia. Ascoltava loro e il canto di centinaia di grilli, tutti intorno. A volte la nonna aveva chiesto ad Erika se voleva provare a giocare a carte insieme a loro, ma a lei non interessava. Preferiva cercare di far entrare le lucciole in un vaso di vetro. Attorno a casa della Zia Irma ce n’erano tantissime. Le aveva insegnato papà a prenderle. Lo faceva sempre da piccolo. Le raccontava che nel buio individuava una lucciola, si avvicinava piano con il barattolo in mano, poi quando questa entrava lo chiudeva velocemente. Le guardava, ballerine, illuminare la notte. Poi dopo un po’ le liberava. “Il gioco è bello quando dura poco” le diceva con la faccia seria, “ricordatelo”.
In questo Erika assomigliava a suo padre. Non le facevano paura gli insetti o gli altri animali. Anzi, le piacevano. Ascoltava divertita i racconti che le faceva. Da bambino catturava ogni tipo di animale. Lucertole, rane, uccellini e pesci. Poi però, dopo qualche giorno li liberava sempre.
“Nessuno dovrebbe vivere in una gabbia o in una scatola” gli ripeteva, ogni volta. Erika annuiva, capiva perfettamente cosa volesse dire. E anche la mamma lo capiva. Anche se a lei gli insetti non piacevano tanto.
“Facciamo un castello?” chiese sua madre ad Erika, facendo spazio sul tavolino. Spostava le tazze, rimetteva nella borsa il quaderno con la copertina viola e faceva posto per iniziare il gioco. Ognuna costruiva il proprio, vinceva chi arrivava più in alto. Erika disponeva le carte a piramide ma non arrivava mai oltre al secondo piano. Mamma invece aveva una tecnica più elaborata. Costruiva torri quadrate, su cui poi provava a far stare in equilibrio un piano e poi un altro ancora. Vinceva sempre lei, anche se all’improvviso, come se qualche vento si fosse messo a soffiare con tutto il fiato che aveva nei polmoni, le carte cadevano una sull’altra. Così, tra una risata e l’altra ricominciavano.
Il gioco continuò per un po’, finché non imbrunì.
“Torniamo a casa, che ne dici? E’ tardi” le disse la mamma, mentre raccoglieva le carte e le infilava dentro la scatola di carta. Pioveva ancora ma le gocce sembravano essersi diradate.
“Mamma, ci torniamo ancora? Magari un’altra volta che piove?” aveva chiesto Erika.
“Certo. Magari una volta ci portiamo anche papà” sorrise la mamma. Poi andò dalla signora del bar a pagare. Mentre quella sbatteva le sue dite smaltate sui tasti della cassa, per far aprire il cassetto, Erika senza farsi vedere, sfilò una delle carte del mazzo e se la infilò nella tasca dei jeans. Era il fante di denari. Poi uscì dal bar con la mamma. La guardò sfilare la catena che legava la bicicletta e gettarla con noncuranza nel cestino di paglia.
“Guarda qua. Ho dei capelli spaventosi. Sono ancora tutti bagnati” disse la mamma tra sé e sé, guardandosi riflessa nel vetro del bar.
“Per me sei bella anche così, mamma” le aveva detto, poi l’aveva vista sorridere. Solo allora aveva allungato la mano fino a sfiorarle le labbra e le aveva pulito il baffo di cioccolata.
“Meglio non lasciare tracce” le aveva detto. “A cavallo! Si va a casa” come al solito teneva ben salda la bici aspettando che Erika si accomodasse sul sedile posteriore. Quando fu sicura che fosse seduta, iniziò a pedalare. Erika strinse forte le braccia attorno alla sua vita, appoggiò la guancia sulla schiena e iniziò a cantare. Questa volta però, anziché ridere o dirle di abbassare la voce, mamma cantava con lei.
Erika continuava a tenere tra le dita quel fante di denari. Sorrideva. Pensava già a quando avrebbe raccontato a qualcuno di questa piccola scoperta. Sarebbe diventata una delle sue storie. In questo assomigliava a sua madre.

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