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E il mare è sempre lì.

Letto784volte

Gianni finì di legare la bicicletta al palo. Al solito posto, poco lontano dall’entrata della spiaggia. L’aria fredda di novembre gli aveva fatto diventare la mani rosse e gonfie. Gli facevano così male che quasi non le sentiva più. Si strinse forte nel cappotto ed entrò nella casetta di legno, chiudendosi la porta alle spalle. In inverno la usava come deposito per l’attrezzatura della spiaggia. Il tavolo, le sedie, gli ombrelloni ammucchiati e poi c’erano loro. Le sue amate tavole da surf e le vele. Le accarezzò con una mano e sorrise. Assaporava già il piacere di poterle riutilizzare. Di sentire in faccia l’acqua o il sale asciugato dal sole. Quando tira la pelle. Le annusò. Odore di salsedine. Il suo profumo preferito.
Uscì dalla casetta e camminò fino alla riva. L’aria fredda sembrava volergli tagliare la faccia. Le orecchie iniziavano a fargli male, così ci calò sopra il berretto di lana. Aveva anche smesso di tagliarsi i capelli proprio per sentire meno freddo in spiaggia, durante l’inverno. Adesso sfoggiava sulla testa un folto groviglio biondastro, bruciato dal sole estivo, dal vento e dall’acqua salata. La cosa non gli dispiaceva. Aveva preso l’abitudine di accorciarseli da solo e, tutto sommato, avevano iniziato anche a piacergli.
Nonostante il freddo rimase lì più di un’ora, a sentire i colori dell’acqua e le sfumature del vento. Non c’era niente in grado di donargli la pace come il mare. Veniva sempre qui quando era triste o arrabbiato per qualche motivo. Era il suo rifugio. Ci veniva anche se stava bene, a dire la verità. Era un bel modo per festeggiare.
Guardare le onde, sentire il loro rumore, lo faceva sentire meno solo. Ascoltava la loro voce e percepiva la loro potenza.
Gianni aveva trascorso tutta la vita in mare o di fronte ad esso. Ogni volta che ci si addentrava chiedeva permesso. Bisognava portargli rispetto. Glielo aveva insegnato suo padre. “Il mare lo sente” gli diceva, “non sfidarlo”. Aveva iniziato ad avvicinarsi grazie a lui, che faceva il pescatore. Non gli permetteva di accompagnarlo mentre lavorava. “Un peschereccio non è un posto da bambini”, gli ripeteva. Gli aveva insegnato ad amarla e a temerla, quell’enorme distesa salata. Spesso uscivano con una piccola barca a vela. Li aveva avuti da lui i primi rudimenti. Aveva sempre pensato che lui e suo padre non avessero molto in comune. L’unica cosa era quell’amore. Così viscerale e profondo, come gli abissi. E questo era sufficiente.

Il mare era da sempre una metafora della sua irrequietezza. Quando da ragazzo litigava con sua madre era lì che si rifugiava. Una volta, lei voleva costringerlo a lasciare l’Università. Gianni studiava Filosofia. Per sua madre era una perdita di tempo. Avrebbe preferito che lavorasse. Aveva provato a convincerlo a lasciar perdere fin dalla prima volta in cui gliene aveva parlato. Gli aveva chiaramente detto che non gli avrebbe dato un soldo. Lui non si era dato per vinto. Si sarebbe arrangiato. Così lavorò e studiò. Faceva il magazziniere in un’azienda di abbigliamento per mezza giornata e durante l’estate riusciva a dare qualche lezione di vela. Poi fu anche abbastanza in gamba da riuscire a vincere due borse di studio. Un anno però si ruppe una caviglia durante un’uscita in mare. Non poteva più fare il magazziniere, almeno per qualche tempo, e si ritrovò costretto a chiedere aiuto ai suoi. “E’ solo un prestito, poi ve li restituisco” diceva. Era già abbastanza umiliante chiedere. Non li avrebbe comunque voluti in regalo. La risposta di sua madre fu categorica. No. Un giorno, dopo l’ennesima litigata, Gianni si trascinò fuori casa, nonostante la caviglia rotta. Grazie alla stampella e alla rabbia arrivò fino in spiaggia. Avrebbe voluto essere come il mare. Invidiava quell’apparente calma dei fondali, nonostante la superficie fosse spesso agitata. Era intenzionato a non tornare a casa mai più. Era stato suo padre a trovarlo lì. Se lo sentiva, gli aveva detto. Era ormai sera. Quella volta aveva capito che erano molto più simili di quello che aveva sempre creduto.
Anche quando suo padre era stato colpito da un infarto e sembrava non ce la potesse fare, Gianni era venuto qui a piangere. Si era seduto a riva, appoggiando le mani sulla sabbia ed era stato in silenzio per un paio d’ore. A perdere lo sguardo verso l’orizzonte e a parlare con le onde. In silenzio. A chiedergli il senso di tutto quel dolore. La risposta fu un urlo. Assomigliava alla rabbia che aveva dentro. Il pensiero che, nonostante tutto, il mare sarebbe sempre rimasto lì, dov’era adesso, lo affascinava. Era sorprendente, nella sua semplicità. Gli aveva fatto capire che la vita sarebbe continuata lo stesso. Che tutti siamo solo di passaggio. Niente si sarebbe fermato. Poi quando suo padre si era ripreso, e finalmente lo avevano rispedito a casa, era tornato lì. A piangere ancora. Di gioia, quella volta.
Era stato testimone di tantissimi momenti importanti della sua vita. Suo figlio, Gavin, era stato concepito qui. Nella casetta di legno. Aveva conosciuto sua madre, Christina, una ragazza scozzese, in un afoso pomeriggio estivo. Era con Claudio, uno dei ragazzi a cui dava lezioni di vela. L’aveva conosciuta in uno dei suoi viaggi e lei lo era andato a trovare, quell’estate. Aveva una carnagione di perla e i capelli rossi, lunghi e ondulati. Gianni non pensava neanche potessero esistere, dei capelli così. Ovviamente, viste queste premesse, era sconsigliato che provasse a prendere il sole. Così aveva trascorso tutto il pomeriggio con lui, all’ombra della casetta di legno. Non si era dispiaciuto. Era bellissima. Fortunatamente parlava piuttosto bene inglese, così avevano avuto modo di fare due chiacchiere. Contrariamente al suo aspetto così delicato ed etereo, Christina gli assomigliava molto. Anche lei, come lui, amava più la natura che le persone. Lui le parlava della dolcezza del suo mare e lei gli rispondeva, raccontandogli delle terre aspre e delle grandi scogliere. Così, quel ragazzo con la pelle invecchiata dal sole e scavata dal vento e quella scozzese, dolce e selvaggia allo stesso tempo, si innamorarono. Lei, che se ne sarebbe dovuta andare dopo un paio di settimane, non lo fece mai più. Si fermò. E dopo neanche due mesi era incinta di Gavin.
Nacque a gennaio. Come venne alla luce, Gianni uscì dall’ospedale, passò a prendere una bottiglia di champagne e sempre in bicicletta, già ubriaco di felicità, arrivò in spiaggia. La stappò da solo di fronte al mare, rise, pianse e si buttò in acqua. Lì, immerso fino alla vita con il cielo sopra di sé e nessuno intorno, si sentì parte di un tutto. Di un’immensità indescrivibile a parole.
Il mare aveva sempre incarnato il suo desiderio di fuga e, al tempo stesso, la sua casa. Una presenza muta. L’inizio e la fine di tutto.
Ancora una sferzata di aria gelida. Gianni si alzò la sciarpa, fino a coprire la bocca e guardò l’orologio. Era ora di tornare a casa. Christina e Gavin lo stavano aspettando. Tanto sapeva che presto sarebbe ritornato. E il mare sarebbe rimasto sempre lì, anche per lui. Come un buon amico.

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