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Succede che un pomeriggio di Dicembre non ho voglia di tornare a casa. Che alle sedici e qualcosa non svolto, proseguo. Succede che poi parcheggio e sdraio lo sguardo all’orizzonte.
Sono un po’ stanca di farmi sbranare. Quest’ultimo anno si è inghiottito tutto. Però qui davanti mi sento bene. E’ come se qualcosa dentro, qualcosa che sta tra il respiro e il cuore, combaci con il resto. Con le dita lunghe, i capelli lunghi, le ciglia lunghe. Con tutti i miei centomila nei, che sembrano una galassia, con le costellazioni, le supernove e tutte le altre stelle, sole o accompagnate. Insomma, sono stata un po’ a riflettere su questo concetto del combaciare, mentre la mia anima combaciava con il corpo, e lo baciava anche. E quasi mi pareva che il mio cuore accartocciato si gonfiasse.
Con grande fatica sto imparando ad amarmi un po’ di più per quello che sono e vorrei che anche gli altri lo facessero. E forse l’errore è proprio quello: amare qualcuno per quello che è. Le persone vogliono essere amate per quello che sembrano. O per quello che credono di essere. La loro versione più coraggiosa, più giusta.
Anche se poi, secondo me, tutta questa storia dell’amare non dovrebbe essere ogni volta una fatica. Non si dovrebbe amare sempre di traverso.

E poi si è fatto buio.

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