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Budapest.

Letto464volte

Lascio Budapest, e anche qualcosa di mio. Questa città mi ha fatto sognare.
Con le sue terme liberty, i ricchi palazzi mitteleuropei e il Danubio blu. Con i tram, le grandi chiese e la sinagoga. Il parco, con i bambini in bicicletta che mangiano gelato, e le signore che fanno yoga.
Budapest è una metro affollata. Un rossetto sbavato, indossato di corsa tra una fermata e l’altra. E’ una donna in sovrappeso che cammina in fretta sui tacchi alti. E’ una coppia di giapponesi, che si scambiano una carezza in un pub. E’ un ragazzo con le cuffie sulle orecchie con una scatto fisso arancione. E’ una libraia spettinata, che serve torta al cioccolato e thè caldo, tra cartoline illustrate e libri usati. E’ un ragazzino ubriaco che canta sul cofano di un’auto, in mezzo alla strada.
E’ stato un viaggio strano questo. Con presenze lontane chilometri.
Ho desiderato che chi mi aspettava a casa fosse con me. Ho fantasticato su come sarebbe stato baciarsi al tramonto, sul Ponte della Libertà, bevendo una birra. Sedersi con le gambe incrociate sulla struttura in ferro verde. Scambiarsi la saliva e le illusioni.
Ho scoperto che i ritorni a casa dopo un viaggio sono proprio bellissimi. Uno dei motivi per i quali vale la pena vivere. E partire.
L’ho capito mentre ero seduta a bordo di questo Boeing che aveva appena cominciato la sua discesa attraverso densi strati di nubi bianche. Lì ho realizzato che ero di nuovo in Italia. E che stavo per riprendermi quello che mi era mancato terribilmente.
E che ci sono abbracci, quando torni a casa, che sembrano dire “saremo sempre così”. Che nessuno se ne andrà più.
E io ci crederò.

 

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