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A proposito di Davis.

Letto369volte

Llewyn Davis è uno dei tanti giovani di talento che suona folk nei locali fumosi di New York, prima del successo di Bob Dylan. Uno dei tanti in cerca di fortuna. Con la differenza che lui, la fortuna l’allontana. Ha talento, ma non ha successo. Lo vorrebbe, o forse no. Un po’ lo disprezza, come tutti coloro che fanno di tutto per ottenerlo, ma non smette di cercarlo. Il suo rapporto conflittuale però non è solo con il successo, ma anche con se stesso. Scontroso, ironico e malinconico, Davis vive in un mondo vecchio e propone musica rimasticata, come il tabacco.
Non ha nulla, se non la sua chitarra e una giacca di velluto. Ha perso il suo amico Mike, con cui suonava, non ha una casa e cammina nella neve con un gatto in spalla. Sempre precario e affamato.
Quello di Davis è il viaggio dell’Eroe, che di eroico non ha nulla. E anche il viaggio, a dire il vero, non porta da nessuna parte. Stiamo pur sempre parlando di un film dei Fratelli Coen, e non è che succeda granché.
Non c’è trama, eppure pur non avendo una storia, non annoia nemmeno per un secondo.

La fotografia di Bruno Delbonnel è incredibile, color seppia con note di ocra e grigio ferro. Perfetta per mettere in luce i “non luoghi” urbani, come le stazioni di servizio o i fast food.
Altra nota di merito va alla colonna sonora. Calda e morbida, come una giacca di velluto, consumata sui gomiti. Due su tutte “500 miles” e “Hang Me, Oh Hang Me”, che contribuiscono alla poesia del film.

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