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Camere iperbariche e scintille

Ci siamo annusati, respirati, amati, odiati. Abbiamo lasciato correre. Siamo ritornati sui nostri passi. Anche su quelli falsi. Ci siamo rimessi in viaggio, ci siamo fermati a mangiare, abbiamo riso, ci siamo incazzati, non ci siamo capiti. Ci siamo abbracciati forte, siamo stati sinceri, siamo stati crudeli. Abbiamo fatto paragoni, abbiano cancellato delusioni. Ci siamo sbagliati. Ci siamo sbagliati. Ci siamo sbagliati. Non ci siamo stati. A volte invece sì. Siamo stati altrove, da soli, e poi siamo ritornati a casa insieme. Siamo stati camere iperbariche e scintille.

Sentimenti e ragionamenti

Si rimane da soli, anche nel dolore, e si ragiona tanto sull’amore nelle ultime settimane. Anche se poi, se si chiamano sentimenti, è perché si devono sentire e non spiegare. Altrimenti si sarebbero chiamati ragionamenti. L’amore è quello che è. Anzi, quello che si fa. Io imparo dall’assenza. Imparo a farne senza. Ma se c’è una cosa che ho imparato davvero, è che non si recupera più l’amore di cui si è sentita la mancanza. Gli si corre sempre dietro. E io non sono mai stata capace di chiedere, né di correre.
Oggi avevo nostalgia di una certa leggerezza. Così sono uscita a prendere aria e quando sono tornata a casa mi sono messa messa il rossetto. Quello rosso rosso. Perché volevo sentirmi bella. Poi ho scritto una frase sullo specchio del bagno con la matita per gli occhi, per non dimenticarla: ce la farai sempre anche quando non ce la farai più. Fino a quando il cuore non smetterà di bussare al mio costato.

Agosto e le ortiche

Ho pianto per futili motivi e ho pensato che Agosto non mi è mai piaciuto. E’ un’eterna domenica sera. L’ultimo giorno di vacanza mentre guardi un cielo di cobalto, che non è il tuo, e sai che dovrai lasciarlo.
Agosto si è inghiottito il cuore, dopo averlo masticato per bene. Agosto è un cesto di ortiche e di cattiveria. E’ un groviglio di dolore.

20th Century Women

Chi sta cercando una trama ben definita probabilmente rimarrà deluso. 20Th Century Women è un film corale, aneddotico, ma soprattutto femminile. Per questo qualunque uomo dovrebbe spendere un paio d’ore per guardarlo.
Chi è madre, o padre, potrebbe riconoscersi. Ma anche chi è figlio, chi è arrabbiato, incompreso, confuso o insicuro.

Dorothea decide di avere un figlio a quarant’anni e, dopo il divorzio, si ritrova a crescerlo da sola. La vita scorre via liscia nella casa sgangherata dove Dorothea vive affittando camere ad altre persone, fino a che non arriva l’adolescenza. Jamie ha quindici anni e sua madre inzia a domandarsi se una donna sola sia “abbastanza” per guidarlo in questa nuova fase della sua vita. Così chiede agli altri coinquilini della casa e alla migliore amica di Jamie, di aiutarla.

20th Century Women è una pellicola piena. Ci troverete il punk, le sigarette, i Talking Heads, le polaroid, gli amabili resti del conflitto generazionale, i balli scatenati di Greta Gerwig, il presidente Jimmy Carter, il femminismo e ancora un sacco di sigarette. Tutto questo in uno dei film più belli che abbia visto nell’ultimo anno.

I was so cocky, and so angry, and so happy

Fuori dall'inquadratura

Fuori dall’inquadratura c’ero io, su una spiaggia pasoliniana e poco Adriatica. C’ero io, dentro a un bar affacciato sul mare. Una sedia di plastica, un ombrellone chiuso, una musica senza fedeltà in una sera d’Estate. I prezzi dei gelati scritti a mano e il proprietario che decide cosa devi mangiare.
Fuori dall’inquadratura ci sono anche un ragazzo e una ragazza, innamorati dei loro cellulari.
A volte catturare un’immagine è necessario, anche per chi usa le parole. Mi permette di dimenticare tutto, divento solo un occhio che guarda. Soprattutto quando non ho più voglia di parlare di me, di analizzarmi e di capire. Conosco la geografia del mio corpo a perfezione. Ogni vertebra sbilenca, ogni curva, ogni spigolo. Ogni lentiggine e ogni neo. Ma il cuore, quello no. Rimane un mistero. La fine del fiume.
Meglio osservare quello che succede fuori.
Potrei stare ore interminabili a parlare della via in cui abito. Dei gatti, del vecchio che mi guarda dal balcone mentre fuma, del ragazzino che non saluta mai.
In questo mondo dove si conserva poco e si butta parecchio, e io capisco sempre meno dell’Universo e i dei suoi misteri, non si può fare a meno della fotografia.
Così, fortunatamente, anche se sono qui da un po’ ho ancora molta meraviglia e molto amore nello sguardo. E mi dispiace proprio tanto per voi, che ve lo siete persi per strada.
Resto qui, sotto questo cielo femmina che fa un po’ quello che vuole, a guardare le giornate andare in pezzi, anche se poi rimangono intere. E anche se non mi vedo, di sicuro mi immagino con un’espressione di silenziosa ostinazione.
Fuori dall’inquadratura ci sono anche io, che ancora non ho capito qual è il mio posto.

Fuga all'inglese

Si dovrebbe vivere in un eterno Giugno. Un inizio estate perenne. Con i campi gialli e i tramonti sanguigni. Un Giugno addolcito, taciuto.
Con le sue giornate che sembrano sempre andare in pezzi, ma poi rimangono intere.
E io le guardo, con un’espressione che immagino docile e un po’ svanita. Con gli occhi sdraiati sull’orizzonte.
Che la terra a volte è troppo pesante per me, che ho la testa altrove. E poi finisce che del corpo me ne dimentico. Ma ci sono le mie vertebre a ricordarmi di lui. Si mettono in mezzo tutte, una ad una, per farmi sentire che le ho. Che sono totalmente mie. Testarde nelle loro posizioni.
Fortuna che ho la testa altrove, dicevo, e sogno una fuga all’inglese, come quella che si scopre a volte, in certi sguardi.
Chi vuoi che noti mai la nostra assenza? Prima che il tempo passi anche sotto ai sofà, agguanta la mia mano che ce ne andiamo. Da-da-da-da-da-da-da-da-da-da.

Sabato

Ritrovo la voglia di scrivere in un sabato mattina di Marzo, che però sembra Aprile. Mentre la Primavera, con un pugno, sfonda il vetro della finestra.
Una di quelle mattine dove dimentico tutto, per ricordare tutto. E qualunque cosa mi si incolla al cervello, come la sabbia al cappotto, quando mi ci siedo sopra.
Le parole di una poesia di Anne Sexton, il ritornello di una canzone che odio, l’odore dei tuoi capelli, quando mi sveglio con te.
Oggi sembra così lontano il dramma delle foglie che cadono. Oggi, che sono devota come un ramo verso il sole.
Mi piacciono queste giornate. Mi somigliano: imperfette e solitarie, ma capaci di tramontare molto bene.

Quella volta che ho sognato Nick Cave

Quella volta che ho sognato Nick Cave, c’eri anche tu. Che nel mio sogno dormivi, e io stavo stesa nel letto, la pelle come una magnolia. Vicina a te, forse a contarti i capelli.

E poi mi sono svegliata. E c’era odore di legno e di vernice. Come stamattina. Ma non pioveva. Oggi invece sì. E adesso, anziché i capelli, conto queste linee di pioggia, sulla mia finestra.

Quando ho sognato Nick Cave mi mancavi così tanto che la tua presenza stava sospesa al centro della mia stanza, come una nuvola. Ma senza pioggia. Ti ho lasciato andare perché lo sapevo che saresti tornato.
Mi sono detta: se non sei disposta a rischiare, non te lo meriti l’amore.
Oggi mentre ti aspetto, guardo le gocce sul vetro. Si ritrova chi si ama, anche attraverso le fessure. Sono pur sempre pensieri e spiragli, no?

So Long Leonard

La sua voce è stata spesso la carezza alla mia anima ammaccata. Quante volte, come lui, mi sono alzata dal tavolo chiamandomi fuori dal gioco.
Forse Leonard Cohen era pronto per questo viaggio, ma noi non lo saremo mai per la sua partenza. Saremo soltanto molto più poveri. E il buio un po’ più scuro, adesso.
Ci sono le canzoni, però. Sussurrate, con la sua voce spettrale.
Io lo ricorderò con questa, che oggi ho ascoltato cinque volte di seguito.
So Long Marianne. Tra le dichiarazioni d’amore, una delle mie preferite. Quella relazione è ormai finita, ma l’amore c’è ancora. Si è solo spostato un po’, passando dal cuore a qualche altro luogo nascosto, in un angolo dell’anima.
E ascoltarla è come essere innamorati. Quando ti riempi la bocca di parole che non avrai mai il coraggio di pronunciare. E, come l’amore, ti fa piangere e ridere. E piangere e ridere, ancora. Non credo ci sia bisogno di dire molto più.
L’ha già fatto Cohen. Durante la sua vita ha detto tutto. Ha scritto di tutto. Di quello che sta in cielo e molto più giù, nel suo inferno personale.
Nelle sue canzoni non mancava il bisogno di qualcuno, o di qualcosa. Un “you” quasi mai definito. Talvolta un dio, una donna o una droga. Non importa. C’era sempre quell’urgenza che non se ne andava mai. Nessuno si salva, nemmeno alla fine.
O forse sì.
In una sua intervista di qualche anno fa alla domanda “e lei cosa desidera?” rispose:
“Vivere, amare, leggere libri di nobili principi e ideali e fingere di uscirne diverso. E ascoltare le canzoni di Nina Simone. Quando qualcuno le suona”.
Oggi riesco solo a pensare che ci sono persone che anche quando si spengono, continuano a illuminarci.
Buon viaggio, ci vediamo lungo la strada.

Maggie's Plan

Maggie ha trent’anni e un piano: fare un figlio da sola, con l’aiuto di un ex compagno di liceo, che ama la matematica e produce cetriolini in vasetto. Solo che le cose non vanno mai come ci si aspetta, e Maggie finisce per farlo comunque questo bambino, ma con un uomo. L’antropologo John, interpretato da Ethan Hawke.

Greta Gerwig, ovvero Maggie, la musa indie degli ultimi anni, è un’attrice delicata. Sorriso spontaneo e spalle solide. Perfetta per il personaggio di Maggie, una giovane donna insicura, maniaca del controllo. Che ha bisogno di decidere da sola, di sapere esattamente cosa accadrà nella sua vita, per poter finalmente diventare “una persona vera” senza aiuti esterni.
Il risvolto della medaglia di questo desiderio di indipendenza è una certa solitudine, che diventa sempre più acuta quando si innamora di un uomo egoista, insicuro almeno quanto lei, e sposato con un’altra donna.
Sta cercando di diventare grande, Maggie. Ma sa badare a se stessa. Non hai mai problemi tu, le dice John.
Come un cactus, che non ha mai bisogno di acqua, risponde, non senza un po’ di amarezza. Ed è proprio per questo, forse, che identificarsi in lei è così facile.

Anche in questo film Greta Gerwig rimane a New York, passando da Brooklyn, dove era ambientato l’adorabile Francis Ha, a Greenwich Village, dove la sua Maggie cerca di lasciare l’adolescenza per diventare adulta, pianificando la propria vita e quella di chi gli sta intorno.

La regista, Rebecca Miller figlia del più celebre Arthur, prende in giro il mondo intellettuale in cui, presumibilmente, è cresciuta. Ma lo fa senza cinismo. Sfila maschere e mischia continuamente le carte. La vittima non lo è mai totalmente. E il carnefice è sempre pronto a passare dall’altro lato della barricata. Inutile prendersi troppo sul serio o incasellare la vita in schemi troppo rigidi.

Per chi ama le definizioni, Maggie’s Plan è una commedia romantica alla Woody Allen, quando ancora Woody Allen faceva bei film. Anche qui borghesi e intellettuali inquieti sono mossi da sentimenti intermittenti. Si innamorano e disamorano, si scambiano ruoli e sensi di colpa. Come nel gioco della sedia, dove chi vince non è chi rimane seduto per ultimo, ma chi impara ad accettare quello che la vita regala senza farsi troppe domande.