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Fuori dall'inquadratura

Fuori dall’inquadratura c’ero io, su una spiaggia pasoliniana e poco Adriatica. C’ero io, dentro a un bar affacciato sul mare. Una sedia di plastica, un ombrellone chiuso, una musica senza fedeltà in una sera d’Estate. I prezzi dei gelati scritti a mano e il proprietario che decide cosa devi mangiare.
Fuori dall’inquadratura ci sono anche un ragazzo e una ragazza, innamorati dei loro cellulari.
A volte catturare un’immagine è necessario, anche per chi usa le parole. Mi permette di dimenticare tutto, divento solo un occhio che guarda. Soprattutto quando non ho più voglia di parlare di me, di analizzarmi e di capire. Conosco la geografia del mio corpo a perfezione. Ogni vertebra sbilenca, ogni curva, ogni spigolo. Ogni lentiggine e ogni neo. Ma il cuore, quello no. Rimane un mistero. La fine del fiume.
Meglio osservare quello che succede fuori.
Potrei stare ore interminabili a parlare della via in cui abito. Dei gatti, del vecchio che mi guarda dal balcone mentre fuma, del ragazzino che non saluta mai.
In questo mondo dove si conserva poco e si butta parecchio, e io capisco sempre meno dell’Universo e i dei suoi misteri, non si può fare a meno della fotografia.
Così, fortunatamente, anche se sono qui da un po’ ho ancora molta meraviglia e molto amore nello sguardo. E mi dispiace proprio tanto per voi, che ve lo siete persi per strada.
Resto qui, sotto questo cielo femmina che fa un po’ quello che vuole, a guardare le giornate andare in pezzi, anche se poi rimangono intere. E anche se non mi vedo, di sicuro mi immagino con un’espressione di silenziosa ostinazione.
Fuori dall’inquadratura ci sono anche io, che ancora non ho capito qual è il mio posto.

Fuga all'inglese

Si dovrebbe vivere in un eterno Giugno. Un inizio estate perenne. Con i campi gialli e i tramonti sanguigni. Un Giugno addolcito, taciuto.
Con le sue giornate che sembrano sempre andare in pezzi, ma poi rimangono intere.
E io le guardo, con un’espressione che immagino docile e un po’ svanita. Con gli occhi sdraiati sull’orizzonte.
Che la terra a volte è troppo pesante per me, che ho la testa altrove. E poi finisce che del corpo me ne dimentico. Ma ci sono le mie vertebre a ricordarmi di lui. Si mettono in mezzo tutte, una ad una, per farmi sentire che le ho. Che sono totalmente mie. Testarde nelle loro posizioni.
Fortuna che ho la testa altrove, dicevo, e sogno una fuga all’inglese, come quella che si scopre a volte, in certi sguardi.
Chi vuoi che noti mai la nostra assenza? Prima che il tempo passi anche sotto ai sofà, agguanta la mia mano che ce ne andiamo. Da-da-da-da-da-da-da-da-da-da.

Sabato

Ritrovo la voglia di scrivere in un sabato mattina di Marzo, che però sembra Aprile. Mentre la Primavera, con un pugno, sfonda il vetro della finestra.
Una di quelle mattine dove dimentico tutto, per ricordare tutto. E qualunque cosa mi si incolla al cervello, come la sabbia al cappotto, quando mi ci siedo sopra.
Le parole di una poesia di Anne Sexton, il ritornello di una canzone che odio, l’odore dei tuoi capelli, quando mi sveglio con te.
Oggi sembra così lontano il dramma delle foglie che cadono. Oggi, che sono devota come un ramo verso il sole.
Mi piacciono queste giornate. Mi somigliano: imperfette e solitarie, ma capaci di tramontare molto bene.

Quella volta che ho sognato Nick Cave

Quella volta che ho sognato Nick Cave, c’eri anche tu. Che nel mio sogno dormivi, e io stavo stesa nel letto, la pelle come una magnolia. Vicina a te, forse a contarti i capelli.

E poi mi sono svegliata. E c’era odore di legno e di vernice. Come stamattina. Ma non pioveva. Oggi invece sì. E adesso, anziché i capelli, conto queste linee di pioggia, sulla mia finestra.

Quando ho sognato Nick Cave mi mancavi così tanto che la tua presenza stava sospesa al centro della mia stanza, come una nuvola. Ma senza pioggia. Ti ho lasciato andare perché lo sapevo che saresti tornato.
Mi sono detta: se non sei disposta a rischiare, non te lo meriti l’amore.
Oggi mentre ti aspetto, guardo le gocce sul vetro. Si ritrova chi si ama, anche attraverso le fessure. Sono pur sempre pensieri e spiragli, no?

So Long Leonard

La sua voce è stata spesso la carezza alla mia anima ammaccata. Quante volte, come lui, mi sono alzata dal tavolo chiamandomi fuori dal gioco.
Forse Leonard Cohen era pronto per questo viaggio, ma noi non lo saremo mai per la sua partenza. Saremo soltanto molto più poveri. E il buio un po’ più scuro, adesso.
Ci sono le canzoni, però. Sussurrate, con la sua voce spettrale.
Io lo ricorderò con questa, che oggi ho ascoltato cinque volte di seguito.
So Long Marianne. Tra le dichiarazioni d’amore, una delle mie preferite. Quella relazione è ormai finita, ma l’amore c’è ancora. Si è solo spostato un po’, passando dal cuore a qualche altro luogo nascosto, in un angolo dell’anima.
E ascoltarla è come essere innamorati. Quando ti riempi la bocca di parole che non avrai mai il coraggio di pronunciare. E, come l’amore, ti fa piangere e ridere. E piangere e ridere, ancora. Non credo ci sia bisogno di dire molto più.
L’ha già fatto Cohen. Durante la sua vita ha detto tutto. Ha scritto di tutto. Di quello che sta in cielo e molto più giù, nel suo inferno personale.
Nelle sue canzoni non mancava il bisogno di qualcuno, o di qualcosa. Un “you” quasi mai definito. Talvolta un dio, una donna o una droga. Non importa. C’era sempre quell’urgenza che non se ne andava mai. Nessuno si salva, nemmeno alla fine.
O forse sì.
In una sua intervista di qualche anno fa alla domanda “e lei cosa desidera?” rispose:
“Vivere, amare, leggere libri di nobili principi e ideali e fingere di uscirne diverso. E ascoltare le canzoni di Nina Simone. Quando qualcuno le suona”.
Oggi riesco solo a pensare che ci sono persone che anche quando si spengono, continuano a illuminarci.
Buon viaggio, ci vediamo lungo la strada.

Maggie's Plan

Maggie ha trent’anni e un piano: fare un figlio da sola, con l’aiuto di un ex compagno di liceo, che ama la matematica e produce cetriolini in vasetto. Solo che le cose non vanno mai come ci si aspetta, e Maggie finisce per farlo comunque questo bambino, ma con un uomo. L’antropologo John, interpretato da Ethan Hawke.

Greta Gerwig, ovvero Maggie, la musa indie degli ultimi anni, è un’attrice delicata. Sorriso spontaneo e spalle solide. Perfetta per il personaggio di Maggie, una giovane donna insicura, maniaca del controllo. Che ha bisogno di decidere da sola, di sapere esattamente cosa accadrà nella sua vita, per poter finalmente diventare “una persona vera” senza aiuti esterni.
Il risvolto della medaglia di questo desiderio di indipendenza è una certa solitudine, che diventa sempre più acuta quando si innamora di un uomo egoista, insicuro almeno quanto lei, e sposato con un’altra donna.
Sta cercando di diventare grande, Maggie. Ma sa badare a se stessa. Non hai mai problemi tu, le dice John.
Come un cactus, che non ha mai bisogno di acqua, risponde, non senza un po’ di amarezza. Ed è proprio per questo, forse, che identificarsi in lei è così facile.

Anche in questo film Greta Gerwig rimane a New York, passando da Brooklyn, dove era ambientato l’adorabile Francis Ha, a Greenwich Village, dove la sua Maggie cerca di lasciare l’adolescenza per diventare adulta, pianificando la propria vita e quella di chi gli sta intorno.

La regista, Rebecca Miller figlia del più celebre Arthur, prende in giro il mondo intellettuale in cui, presumibilmente, è cresciuta. Ma lo fa senza cinismo. Sfila maschere e mischia continuamente le carte. La vittima non lo è mai totalmente. E il carnefice è sempre pronto a passare dall’altro lato della barricata. Inutile prendersi troppo sul serio o incasellare la vita in schemi troppo rigidi.

Per chi ama le definizioni, Maggie’s Plan è una commedia romantica alla Woody Allen, quando ancora Woody Allen faceva bei film. Anche qui borghesi e intellettuali inquieti sono mossi da sentimenti intermittenti. Si innamorano e disamorano, si scambiano ruoli e sensi di colpa. Come nel gioco della sedia, dove chi vince non è chi rimane seduto per ultimo, ma chi impara ad accettare quello che la vita regala senza farsi troppe domande.

Come le canzoni

Ci sono persone così piene che non sai più dove metterle. E allora le infili un po’ tra le note e le parole di una canzone.
C’è Where are we now, che ho ascoltato sette volte di seguito. Ero seduta su quella panchina, giù al faro. Era gennaio, faceva freddo e piangevo, perché te ne eri andato e non sapevo cosa fare.
Mariù parlava d’amore, mentre nonna faceva borbottare le sue pentole e io disegnavo sulla tovaglia cerata.
Modugno cercava un prete per chiacchierar, in quel fischiettante pomeriggio di luglio, in bicicletta. Non c’era nessuno quel giorno, nemmeno un prete, ma c’ero io. E non abbiamo mai parlato così tanto.
C’è mia mamma, nella canzone che le ha dedicato Conte. Perché lei si chiama Ines, ma adesso il nome che porta è Judith. E, visto che parla di lei, Ines mi chiede di farla suonare ancora. E anche Judith è d’accordo.
Van Morrison cantava nei sedili posteriori, durante quel viaggio in macchina attraverso l’Italia. La tenerezza ancora mi sorprende mentre mi domando che fine fanno i sentimenti quando vengono maltrattati. Anche se ora non importa più. Sono diventata indulgente negli anni. So essere gentile con chi ho amato.
All’Hotel Supramonte sono stata vulnerabile e incandescente.
Etta James ha ballato con Serge Gainsbourg in un salotto di Parigi, mentre provavo a suonare un ukulele. Poi ho bevuto vino e riso con un’amica, per ricordare.
Cat Power mi ha fatta innamorare e insieme a Nick Cave ha spiato i primi baci al sapore di fragola.
Sono stata regina di un’esistenza inquieta, a tutte le feste di domani, con Nico.
E Johnny Cash. Sempre la stessa. Nessuno mi consola come lui.
Walk Away di Ben Harper mi fa pensare ai tempi antichi. Un anno senza inverno, solo lunghi pomeriggi in spiaggia. Anche se poi le cose cambiano sempre, anche quelle belle. Le lasciamo per debolezza. Le perdiamo per egoismo. Le Vent Nous Porterà, sì. Ma non ricordo più dove.
E poi giorni di Natale solitari, ad aspettare. 4 Minute Warning, prima di fare il botto. Perché chi si ama si schianta, sempre.
C’è un vecchio pezzo degli Shines, New Slang, che ho ascoltato mentre portavo via le mie cose dalla casa bolognese di via Franceschini. L’ho vista farsi piccola, nel lunotto posteriore, e non ho provato nessuna pena. Sapevo che il meglio doveva ancora venire.
Ho provato a salvare qualcuno con Lou Reed, ma non ci sono riuscita. Nightswimming mi ricorda che le persone che sono destinate ad andarsene, scivolano via. E il tempo lava tutto, come acqua benedetta.
La musica non fa mai prigionieri, proprio come me.

Quando non ci sei

L’ultima volta che mi sono addormentata sul tuo pensiero.
L’ultima volta che la tua mano non era vicina alla mia.
L’ultima volta che ho aspettato che tornassi da un viaggio solo per rivederti.
L’ultima volta in cui il cielo, così pieno di stelle in quelle nitide notti di gennaio, mi è sembrato diverso.
L’ultima volta in cui ho avuto paura di perderti.
L’ultima volta in cui ho ascoltato solo me stessa.
L’ultima volta in cui mi sono ripetuta “non mi manca niente”, mentre invece sapevo benissimo che mi mancavi tu.
Le ricordo tutte, una ad una.

One day I am gonna grow wings

Non ci sono ancora ali o piume, ma qualcosa inizia a muoversi. Proprio qui, sopra alle scapole. Alate, anche quelle.
“Un giorno mi cresceranno le ali, una reazione chimica”, dice una canzone che mi piace.
Non deluderò più il mio cuore. L’ho promesso a me stessa, all’alba dei miei trentuno: non mi abituerò agli sbadigli. Piuttosto mi lascerò sedurre dai mutamenti, per conservarmi intatta.
Mi conosci, ora mi conosco anch’io. Mi sentirò perduta, perché è quello che cerco. Perdermi. Poi però vorrei che mi ritrovassi. E mi ritroverai, lo so. Ci ritroveremo sempre io e te, più di là che di qua. Ci inventeremo fughe e partenze, e ritorni, fino a che il cuore non smetterà di bussare al nostro costato.
Oggi è un giorno come tanti, ma il primo di tanti. La mia chioma cresce, la mia pelle cambia.
Alle diciannove e trentadue, fuori dal mio lucernario, tra i tetti: qualcosa di brutto che mi piace, qualcosa di storto, la quiete di un terrazzo vuoto dove non va mai nessuno, qualcosa che miagola, qualcosa che acceca. La mia città distesa sotto un cielo pigro di fine estate. Questa è l’ora del giorno che preferisco, quella perfetta.
Fa caldo, canticchio, mentre taglio della frutta acerba: “il mio genere è il tuo genere. Io resterò uguale”. E’ una giornata così, di canzoni spezzate, come fossero pane.
E di sogni fervidi, uno dietro l’altro, che faccio. Non dico niente, scrivo. Levo gli ormeggi agli indugi, tana libera tutti. Ma soprattutto, tana libera me.
Che dio, o chi per lui, mi benedica!

Maps

Scappo dalla confusione e mi rifugio quassù. Un quassù senza nome, perché voglio che, almeno oggi, rimanga solo mio. Mi guardo riflessa nel finestrino di un’auto parcheggiata: ho l’aria arrendevole per finta e il passo incerto, mentre salgo. Oggi la fretta non è contemplata.
Stanca, la sera cala, come un sipario. Sono le diciannove e trentadue, e io mi sento piccolissima di fronte a tutti questi campi, tutti questi tetti e tutto questo sole, che sono la mia città. Piccolissima, nonostante il mio metro e settantatré. La sera cala, dicevo, ed è l’ora in cui i miei occhi sono più verdi del solito. E la pelle diventa magnolia.
Forse, per la prima volta, sento l’estate. E’ Ferragosto, con le televisioni che escono dalle finestre, i rumori delle posate, le risate. E io vorrei essere altrove. Magari sott’acqua a sentire il mio respiro dall’interno. Con un panino che mi aspetta, nella borsa del mare. Nella Fiat Uno di mio padre, con mia madre che indossa un vestito a fiori. O sotto un’ombrellone piantato nella sabbia, con i capelli bagnati e tu che mi dormi addosso.
Cerco un po’ di quiete seduta su questo muretto, che non potete vedere, e mi appunto qualcosa sul quaderno. Quanto sono inutili le parole. E necessarie.
Sfoglio le pagine, qualche mese fa scrivevo che solo alla Natura dovrebbe essere permesso di governarci. Così, ho fatto a meno della mia smania di averti vicino, che ti tiene lontano. Ma non credo di esserci tanto riuscita. E continuo a coltivare quell’idea, di darsi senza se e senza però.
Penso che si sia molto affini, io e te. Molto diversi, molto strambi, molto selvatici. E molto vulnerabili. Trasmissioni dense, anche senza contatto di mucose.
Però ripenso anche, con un po’ di nostalgia, a quando l’amore era il testo, e non il sottotesto. Per aver ricordi tanti, e rimpianti nessuno. E a quegli anni che sembrano non aver nemmeno mai visto l’inverno. Solo lunghe giornate di Ferragosto, come questa. Solitarie e assolate.